Tra case e concessionari poche cause e molti attriti
di Stefano Grassani
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Sono rare e poco trasparenti le
La rarità e la scarsa trasparenza delle controversie si deve al fatto che la relazione contrattuale tra le parti è, almeno in Italia, caratterizzata da marcata dipendenza economica dei secondi rispetto alle prime. Ciò, insieme a un’errata concezione e percezione del processo civile – nella nostra cultura, agire per il rispetto di una previsione contrattuale è interpretato dalle controparti come uno straordinario atto di guerra e non come un ordinario percorso di giustizia – genera evidenti distorsioni ed inefficienze.
Per un verso, il concessionario, timoroso di reazioni e possibili ritorsioni, non propone quasi mai cause per la tutela della propria posizione in costanza di contratto. Ogni eventuale sfogo giudiziario è rinviato alla conclusione del rapporto, quando si ritiene che nulla si abbia più da perdere.
Per altro verso, un’azione civile a fine contratto, in una prospettiva di postuma rivendicazione e rancorosa rivincita (anche personale), fa sì che il concessionario sia spinto ad introdurre nel giudizio richieste o tesi assai più estreme di quelle che, con ogni probabilità, avrebbe postulato in un contesto di minore contrapposizione. La difficoltà di avere un quadro completo della giurisprudenza in tema di adempimento e risoluzione dei contratti di concessione alimenta un improvvido passaparola tra i concessionari su fantastici esiti giudiziali che qualche collega avrebbe conseguito, determinando aspettative che, molto spesso, non trovano conforto nel diritto.
Il risultato è, come più volte segnalato in queste colonne, che vi sono poche cause e avanzate quando oramai è troppo tardi per poterle comporre con strumenti diversi dal risarcimento patrimoniale. Di riflesso, la casa è quasi sempre costretta a gestire doglianze dei concessionari che, se avanzate per tempo, avrebbero forse potuto trovare migliore soluzione, con evidente riduzione di tempi e costi, anche legali.


