Tossicodipendenti detenuti a domicilio, perché la legge stressa il sistema delle cure
La nuova legge pur partendo da un principio condivisibile rischia di delegare ai professionisti della salute già sottodimensionati anche la tutela della sicurezza
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La nuova legge “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”, approvata definitivamente dalla Camera e in attesa di essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, ha già suscitato reazioni tra loro contrastanti nell’opinione pubblica.
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Partiamo dal nocciolo delle nuove norme: la possibilità per le persone detenute tossicodipendenti o alcoldipendenti, con una condanna a pena detentiva non superiore a otto anni, di essere ammesse alla detenzione domiciliare presso strutture residenziali o semiresidenziali, sulla base di un programma terapeutico socio-riabilitativo.
In realtà, si tratta di un ampliamento delle diverse possibilità delle misure alternative, perché anche prima della nuova legge esistevano ma la pena detentiva doveva essere fino a 6 anni.
In linea generale, nella legge si afferma Il giusto principio della cura e della riabilitazione per chi, di fondo, ha un problema sanitario di dipendenza.
Cosa dice la legge
Il primo passo è la richiesta dell’interessato di essere ammesso al programma, fermo restando che deve essere indicata la correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato. Alla domanda va anche allegata la valutazione in merito all’accertamento della effettiva e attuale condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza, nonché all’idoneità del programma terapeutico volto al recupero della persona condannata, con l’indicazione della relativa procedura di accertamento.
Valutazione che deve essere effettuata dai servizi pubblici per le dipendenze in integrazione con un componente incaricato dall’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (I.P.E.E.), e laddove opportuno con un ulteriore componente incaricato dall’Amministrazione Penitenziaria.







