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Geopolitica e investimenti
«Tornano i blocchi da Guerra fredda. Per i cavi sottomarini si rischia l’imposizione di provider da Paesi come lo Yemen»
Intervista al CEO di Mediterra, Emmanuel Becker: «Le tensioni geopolitiche fanno sì che ormai si parli sempre più spesso di diversificazione delle rotte. Ma per le infrastrutture dei dati non è semplice bypassare i choke point. Così l’asse tra alcuni Stati e potenze anti occidentali rende complesso mantenere la sicurezza»
Dagli stretti di Hormuz e Bab-el-Mandeb fino Mar Nero, al Baltico e al Mediterraneo, è difficile immaginare un periodo della storia recente in cui il mare è stato più turbolento di oggi. Ma tutte le tensioni che agitano la superficie si riflettono anche in profondità: lo dimostrano gli almeno undici «incidenti» avvenuti negli ultimi tre anni nel Mar Baltico, dove i cavi e i gasdotti danneggiati hanno generato blackout di internet e interruzioni dei flussi energetici, mentre i report delle agenzie di intelligence baltiche e scandinave accusano esplicitamente la Russia di sabotaggi deliberati. Un cavo sottomarino è un’infrastruttura civile, ma riveste ormai un’importanza strategica fondamentale per qualsiasi Paese, e prenderlo di mira significa provocare danni enormi: quali rischi corre il Mediterraneo allargato oggi a causa della guerra in Iran e di tutti gli altri conflitti in corso? Secondo Emmanuel Becker, CEO di Mediterra – azienda leader nella realizzazione di data center nell’Europa Meridionale – l’impatto della situazione geopolitica attuale si articola su tre piani: «Il primo è quello sui progetti stessi; il secondo è quello dei nuovi progetti; il terzo riguarda l’operatività in generale».
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Pianificare le tratte
«Abbiamo già tutta una serie di cavi esistenti che passano nelle zone interessate dalle crisi attuali. Penso al Mar Rosso, al Canale di Suez e ovviamente allo Stretto di Hormuz», spiega Becker. In questi scenari, ogni cavo sottomarino può essere il bersaglio di sabotaggi mirati, spesso relativamente facili da rubricare a incidenti e i cui risarcimenti sono estremamente difficili da ottenere. Il secondo piano è quello dei progetti futuri: «Le tensioni geopolitiche fanno sì che ormai si parli sempre più spesso di diversificazione delle rotte. Si cerca di raddoppiare le rotte per avere un piano B da impiegare in uno scenario di crisi». Ma chi pianifica le rotte dei cavi sottomarini non deve vedersela solo con la diversificazione; il lavoro è sempre più affine a quello della diplomazia: «Fino a poco tempo fa si cercava di posare un cavo vicino a una costa territoriale, perché così si riducono i rischi di tempeste o altri eventi naturali dannosi», dice il CEO di Mediterra. «Ma adesso la problematica diventa un’altra. Se sono vicino alle acque territoriali o dentro le acque territoriali di un certo Paese, allora sono anche dipendente dalla sua volontà politica. Magari può imporre un pedaggio. Se il mio cavo è nelle acque territoriali dello Yemen, allora dipendo dalla Yemen tanto per l’operatività ordinaria – perché solo loro possono autorizzarmi a entrare in quella zona – ma dipendo anche nell’eventuale scelta dell’azienda che deve andare a riparare un’avaria».
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Le acque territoriali
Le grandi aziende capaci di operazioni di riparo dei cavi sottomarini sono solo cinque al mondo, le altre sono non soltanto più piccole, ma spesso anche non adatte per grandi progetti. Le “Big Five” sono nordamericane, europee o cinesi, e negli scenari di tensioni che stiamo vivendo è facile che chi controlla le acque territoriali imponga un’azienda più vicina alle sue idee politiche: «Si sta riproducendo una logica da blocchi simile alla Guerra fredda anche su questo. Un Paese come lo Yemen può benissimo dire: “Cari provider, per la manutenzione dovete utilizzare il mio amico cinese”».
I dati sensibili
Infine, c’è una questione di dati sensibili: se il provider appartiene a una potenza con qualche intento ostile, è facile che si tenterà di recuperare informazioni durante i processi di manutenzione. «La battaglia è diventata complessa, perché non attacco solo il cavo stesso, ma cerco di ottenere informazioni e magari di dare fastidio ad altri Paesi». In questo contesto politico, il Mediterraneo presenta rischi simili a quello che succede già nel Baltico, nonostante le numerose differenze. «Il Baltico è un mare poco profondo, quindi lì è più facile agire, mentre in alcune zone la profondità del Mediterraneo supera i 5mila metri», spiega Becker. «Inoltre, nel Baltico c’è un traffico navale molto concentrato, quindi è molto facile nascondere una nave che vuole dare fastidio o addirittura attaccare un cavo. Infine, nel Mediterraneo la rete di cavi è molto più distribuita e abbiamo molte più landing station distribuite in tutta Europa», spiega Becker. Ma non bisogna dimenticare che le vere porte d’entrata del traffico digitale di tutto il continente arrivano proprio dall’Europa meridionale: «Bordeaux, Bilbao, Girona, Lisbona, Marsiglia, Palermo. Tutto si dirige sempre di più verso il Sud Europa, ancora una volta per creare una diversificazione». «L’instabilità del Nord Africa, l’instabilità nel Medio Oriente o nel Canale di Suez si riverberano tutte sul nostro traffico di dati», conclude Becker. «I progetti di cavi sottomarini necessitano cinque anni di progettazione e cinque anni per la realizzazione. In dieci anni, la geopolitica di un’area può cambiare tutto».
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