Telecomunicazioni

Tlc, Italia quinta nella Ue sulle reti 5G ma i permessi rallentano l’avanzata

Rapporto I-Com: nel mobile 144 giorni per gli iter autorizzativi delle infrastrutture. Stefano da Empoli (presidente I-Com): «Ritrosie o anche violazioni da parte degli enti locali sulle procedure»

di Andrea Biondi

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C’è un’Italia che cerca di viaggiare veloce, spinta dalla fibra e dal 5G. E ce n’è un’altra, più lenta, frenata da carte bollate, iter infiniti e una burocrazia che ancora non si è accorta di vivere nell’era digitale.

Appare con questi contorni la fotografia scattata dallo studio “Verso la nuova connettività” dell’Istituto per la Competitività (I-Com): think tank che ha realizzato questo lavoro nell’ambito di Futur#Lab: progetto in collaborazione con Join Group e con la partnership di Ericsson, Fibercop, Inwit, Open Fiber, Unidata e Wind Tre. Il tutto per arrivare a un’analisi pensata per misurare quanto il Paese stia davvero correndo (o non correndo) verso la promessa – ancora incompiuta – della banda ultralarga e delle reti mobili di nuova generazione.

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Sul fronte tecnologico i numeri (riferiti al 2024 per dare termini di confronto con gli altri Paesi della Ue) non risultano tutti da buttare. L’Italia vanta una copertura in fibra di nuova generazione (Nga, che garantisce almeno 30 megabit al secondo) pari al 98,8% – meglio di Germania e Francia – e una rete 5G che raggiunge il 99,5% della popolazione (quinto miglior valore a livello europeo, ricorda I-Com, anche se il numero comprende sia il 5G “puro”, stand alone sia quello che fa leva su infrastrutture 4G preesistenti e quindi “non standalone”). Ma sotto la superficie delle cifre si nasconde una realtà più opaca: la copertura con reti a capacità molto elevata (Vhcn) resta al 70,7%, quartultimo valore dell’Unione europea. E nelle aree rurali la fibra corre solo su poco più di un terzo del territorio (36,8%). Il Paese, insomma, è ancora spaccato tra città e località iperconnesse e zone digitalmente povere.

Cosa sta frenando la corsa alla cablatura e alla digitalizzazione del Paese? Lo studio va dritto sul punto dei permessi. Nonostante sette anni di decreti “semplificazioni”, gli ostacoli amministrativi restano infatti la zavorra principale. Per un’autorizzazione agli scavi o all’uso dell’illuminazione pubblica servono in media tre mesi; per un impianto mobile 144 giorni o contro i 67 giorni da normativa nazionale (il Codice delle Comunicazioni elettroniche).

C’è poi tutto il tema delle conferenze dei servizi – strumenti chiave per coordinare e velocizzare l’esame delle domande (cinque giorni per la convocazione e 60 giorni oltre i quali scatta il silenzio assenso) – che non vengono convocate con la necessaria tempestività. Il che si traduce in iter autorizzativi con ritardi, compromettendo l’efficacia delle misure di semplificazione introdotte a livello centrale. «Secondo quanto è emerso dall’analisi, tra il 2022 e il 2024 la quota di conferenze di servizi non convocate rispetto al totale delle istanze si è notevolmente ridotta a livello nazionale, passando dal 58,8% al 41%. Permangono però delle criticità legate a casi specifici, su tutti quello della Campania e della Sicilia, in cui, a fronte di un notevole numero di richieste, la quota di cds convocate rispetto al totale delle richieste rimane decisamente bassa», si legge nello studio I-Com.

«Serve un cambio di passo culturale», osserva il rapporto, sottolineando come la semplificazione normativa resti dunque troppo spesso sulla carta. Eppure la corsa europea non aspetta. Dopo il White Paper della Commissione Ue e i rapporti Letta e Draghi, Bruxelles prepara per dicembre il “Digital Networks Act”, la legge che dovrebbe ridisegnare la cornice regolatoria e creare un vero mercato unico della connettività. L’obiettivo è ridurre la frammentazione normativa e abbattere gli oneri che scoraggiano gli investimenti. Draghi è stato netto: troppa burocrazia soffoca l’innovazione. E l’Italia, con il suo dedalo di enti e permessi, ne appare come una delle prove più immediate stando ai risultati dello studio.

«Nonostante la cornice normativa sia ormai in generale abbastanza snella, definita e chiara – spiega a Il Sole 24 Ore Stefano da Empoli, presidente I-Com – l’analisi svolta nell’ultimo Paper Futur#Lab dimostra che le azioni intraprese hanno sì generato degli effetti positivi sulle procedure autorizzative, ma esistono ancora importanti margini di miglioramento. Persiste, infatti, un generale problema di enforcement delle leggi connesso a ritrosie, fino ad arrivare ad aperte violazioni, da parte degli enti locali nell’applicare rigorosamente la disciplina nazionale e le procedure previste». Emergono, chiosa Stefano da Empoli «ancora una volta numerosi problemi di disomogeneità applicativa tra i vari territori, che in alcuni casi si traducono in aperta disapplicazione della normativa primaria, in favore di una normativa locale che determina una proliferazione del contenzioso».

L’indagine I-Com trova comunque qualche spiraglio di ottimismo nel campo dei data center periferici, gli “edge”, dove i tempi autorizzativi risultano in linea con la norma. Ma è poco, troppo poco, per un Paese che si candida a giocare la partita dell’intelligenza artificiale e del cloud europeo.

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