Il documentario

The Wonder: un viaggio cinematografico nella meraviglia e nella parola al femminile

Un documentario indipendente che, attraverso sette donne, riscopre la bellezza nascosta nell’ordinario con poesia, silenzio e una fotografia evocativa in bianco e nero

di Massimo Donaddio

4' di lettura

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Può la meraviglia essere la chiave per sperimentare una connessione più profonda con la vita? Parte da questa domanda il nuovo viaggio cinematografico di Joshua Wahlen e Alessandro Seidita, collaudata coppia di registi avvezzi in particolare all’uso del documentario per esprimere il loro punto di vista artistico. Otto anni dopo il fortunato e apprezzato Voci dal silenzio, nel quale illuminavano la singolare esperienza di alcuni eremiti in giro per l’Italia, tornano con un altro lavoro indipendente e finanziato – come il precedente – in crowfunding, ossia “dal basso” (cioè da una comunità di 200 piccoli produttori), questa volta facendosi ispirare dalle parole e dalle profonde riflessioni di sette donne “speciali” alla ricerca della meraviglia, intesa come forza capace di dare significato anche agli aspetti più ordinari del quotidiano, per riscoprire un modo più consapevole e profondo di abitare il mondo.

Le scrittrici Barbara Alberti e Susanna Tamaro, le poetesse Chandra Candiani e Roberta Dapunt, la teologa Antonietta Potente, l’artista e performer Claudia Fabris e l’orientalista Grazia Marchianò sono le protagoniste di questo viaggio in cui si parla di parola e di poesia, di natura, di ispirazione, di contemplazione, di silenzio, di vita e di morte, di corpo e anima, di materia e spirito in una sorta di danza accompagnata da una bellissima fotografia in bianco e nero che spazia dai mari alle montagne, dal deserto alla neve, all’acqua, all’incanto della natura, dei fiori e dei boschi, componendo un vero e proprio poema visivo.

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«Volevamo che il cinema tornasse a essere un rito di contemplazione, uno spazio dove l’immagine e il suono potessero respirare insieme», spiegano i due autori, sottolineando che «The Wonder è un elogio della fragilità che attraversa il vivere, ma anche un viaggio per riscoprire il valore dello stupore e della bellezza più pura che si nasconde tra le pieghe dell’ordinario». Tematiche che solitamente non trovano spazio nel mainstream, ma che gli autori possono approfondire, appunto, grazie a una scelta di cinema che prende vita, in un qualche modo, da una comunità virtuale che diventa reale.

Una chiave di lettura di questo lavoro si può trovare già nelle parole di santa Teresa D’Avila che fanno da contraltare al titolo: “Il giorno in cui ho perduto me stessa”, un chiaro invito ad emanciparsi da una prospettiva individualista per tornare a guardare l’essere umano come parte di quell’intreccio che lega tutte le specie viventi (e non viventi) all’interno di un sistema più ampio e interdipendente.

Una testimonianza corale

Le testimonianze delle autrici protagoniste del documentario, qui intrecciate e presentate in forma corale, invitano alla costruzione di relazioni fondate sull’ascolto; spronano ad ampliare i nostri orizzonti di senso e ad osservare con occhi nuovi ciò che ci circonda; esortano a mantenere integri pensiero e parola, per riconsiderare gli elementi più semplici e immediati della nostra vita come fonti inesauribili di significato. Le loro stesse storie raccontano il coraggio di saper inseguire un sogno, un ideale, una voce interiore.

È bello che questo racconto, questa meditazione interiore si svolga attraverso le parole di sette donne, per una precisa scelta di campo dei due autori: proprio le donne, che nel corso della storia sono state spesso escluse dalla sfera pubblica o tenute ai margini della vita sociale e culturale, hanno saputo reagire con percorsi autentici e profondamente significativi, riappropriandosi del diritto alla parola, un diritto loro negato o gravemente limitato per millenni. In questa prospettiva, il linguaggio letterario e poetico si è rivelato un mezzo potente, capace di contribuire alla ridefinizione del ruolo delle donne nella storia. «Cercavamo un certo tipo di parola, lontano dalla parola come strumento di potere», raccontano gli autori. «Ci siamo trovati senza programmarlo a navigare in una letteratura di tipo femminile. Nella storia, infatti, le qualità femminili si sono concentrate sullo spazio interiore essendo escluse dai circuiti di potere».

Proprio al potere della parole sono dedicate alcune delle più profonde riflessioni del documentario: «Siamo sempre più poveri di parole e stiamo perdendo interiorità, capacità di conoscerci, di capirci e di descriverci», ammonisce Susanna Tamaro. Le parole autentiche emergono dal silenzio, che è «il grande sposo della parola», afferma Chandra Candiani: un silenzio così poco conosciuto, praticato e, anzi, temuto in questo nostro tempo, fatto invece di numerose, continue parole spesso vuote di significato e ridotte a chiacchiericcio.

Allora, questo film assume i connotati di una meditazione contemplativa all’interno del quotidiano.

A rendere l’esperienza ancora più immersiva è la colonna sonora firmata dal compositore colombiano Julian De La Chica, interpretata dal soprano Yana Mann, la cui musica magnetica crea un dialogo costante tra immagine e pensiero.

Il film ha debuttato a Milano, facendo sold-out ed è ora accompagnato dai due registi in un lungo tour nelle sale italiane che si concluderà in ottobre e che sta per ora avendo una bella risposta da parte del pubblico.

Sui canali social di The Wonder saranno elencate di volta in volta tutte le proiezioni e gli incontri che verranno organizzati durante l’anno in Italia, oltre a vari aggiornamenti, video, estratti, testi e foto.

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