Familyandtrends

The Economist a lezione dagli imprenditori italiani

di Bernardo Bertoldi

(Alamy Stock Photo)

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familyandtrends, pur essendone un innamorato lettore, ha più volte criticato The Economist per il suo snob inglese verso il capitalismo familiare, sin dall’articolo del 2014 dove la rivista lo etichettava, citando Wanner Buffett, “The lucky sperm club”.

L’articolo pubblicato dalla rivista ad inizio mese segna alcuni cambiamenti epocali; citando le varie serie sulle saghe familiari, afferma: “I dirigenti televisivi hanno colto qualcosa che il mondo delle imprese spesso dimentica: le aziende familiari non sono un fenomeno marginale, ma probabilmente il vero fulcro del capitalismo… Queste dinastie si trovano ora davanti a un momento decisivo, mentre molte si preparano a passare il testimone alla generazione successiva… se (il passaggio venisse) gestito male, la perturbazione per il sistema economico globale potrebbe essere molto grave”.

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Benvenuto, The Economist nel gruppo di chi si occupa di continuità delle imprese familiari! In Italia, possiamo dirlo, lo facciamo da tempo, lo facciamo perché un gruppo di imprenditori illuminati ha dato vita all’AIDAF, Associazione Italiana Delle Aziende Familiari, per poter approfondire le peculiarità del capitalismo familiare, da allora accademici e imprenditori hanno sviluppato e condiviso esperienze utili. Il resto dell’articolo evidenzia quanta strada la rivista inglese debba fare. Vediamo dove sbaglia.

Primo. Quando afferma che, nonostante decenni di ricerca, gli accademici non abbiano raggiunto un consenso sulla superiorità delle performance delle imprese possedute da famiglie. Dal 2006, soprattutto grazie al lavoro di Villalonga e Amit, si sa che le imprese familiari hanno un ritorno superiore alla media del loro settore di appartenenza su orizzonti temporali medio lunghi, che le imprese guidate dal fondatore performano meglio essendo in una fase di crescita iniziale, che le imprese “gestite e possedute” vanno meglio di quelle “solamente possedute” da famiglie imprenditoriali. Il fatto è confermato da UBS/Credit Suisse che da anni pubblica l’andamento dell’indice delle imprese familiari.

Quanto sia lontano l’articolo dalla comprensione delle aziende familiari, lo si capisce quando afferma: “[durante le crisi vanno meglio] … nel nostro campione, hanno perso più o meno lo stesso valore di borsa delle altre aziende durante ogni shock iniziale, ma si sono riprese con maggiore forza”. Le famiglie imprenditoriali danno priorità alla solidità e alla redditività, di rado quando quotate si preoccupano dell’andamento del titolo nel breve: non è mai un elemento di misurazione della sostenibilità dell’impresa. Per inciso, parlando di crisi, The Economist richiama la frase “Non sprecare mai una crisi” attribuendola al francese Jean-François Decaux, seconda generazione dell’omonima impresa; mentre la frase è da attribuire a un illustre connazionale dell’Economist stesso: Winston Churchill.

Secondo. Quando afferma facendo nuovamente riferimento a Buffett: “Molte, anche se non tutte, [imprese familiari] continuano a nominare un erede come amministratore delegato o presidente, una pratica che Warren Buffett, celebre investitore, ha paragonato una volta allo scegliere i figli primogeniti di medagliati olimpici d’oro per farli competere nei giochi successivi”. A parte che, a quanto risulta a familyandtrends, il riferimento agli olimpionici è di Bill Gates, per capire quando questa affermazione sia buffa è sufficiente ricordare che Buffett stesso ha indicato suo figlio Howard come prossimo presidente di Berkshire.

Terzo. Quando afferma “solo il 57% delle imprese familiari non quotate negli Stati Uniti ha un piano di successione in essere”. Questa frase trasuda pregiudizi: se davvero più di metà delle imprese familiari ha un piano di successione significa essere più avanti delle grandi imprese ad azionariato diffuso, dove, come ha rilevato una recente analisi di Harvard, la successione è trattata in modo sporadico e solo formale. Inoltre l’accademia ha dimostrato che avere un piano di successione in atto non significa avere un piano di successione formalizzato: essendo un processo che richiede anni, la formalizzazione nella prima fase non è necessaria; è più importante iniziare.

Quarto. Quando afferma che “meno di un terzo delle imprese non quotate americane pensa che il prossimo CEO sarà un familiare… e che gli esterni possono fungere da ponte finché la generazione più giovane non è pronta”. Uno dei grandi punti di forza delle imprese familiari è riuscire a coniugare coraggio e visione imprenditoriale con professionalità e gestione manageriale: queste due forze coesistono. Non esistono imprese imprenditoriali guidate da familiari e imprese manageriali guidate da esterni: esistono diversi mix di queste due qualità, entrambe necessarie per il successo di lungo termine.

Due spunti dell’articolo avrebbero meritato maggior approfondimento.

La citazione di Josh Barrow, professore di Harvard, che ricorda come sia fondamentale l’educazione imprenditoriale intergenerazionale citando il caso di “una famiglia che ha realizzato mattoncini giocattolo con il logo aziendale e un libro illustrato che racconta la storia dell’impresa”.

La citazione “esiste un equilibrio sottile tra innovazione e conservazione” utilizzata per evidenziare come la visione di lungo termine richiede un continuo lavoro di evoluzione di ciò che si è ricevuto dalle generazioni precedenti per consegnarlo migliore alle generazioni successive. A sostenerlo, spiegandolo alla prestigiosa rivista inglese, è Pasquale Marinelli, 26° generazione di Campane Marinelli Pontificia Fonderia di Campane, alla guida della più antica azienda familiare europea.

A conferma che chi vuole capire di aziende familiari deve chiedere agli imprenditori italiani.

Docente di Family Business Strategy - Università di Torino - bernardo.bertoldi@unito.it

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