Il centro

Tessile, nel laboratorio Cnr di Biella dove si dà la caccia ai falsi

Qui le procure di tutta Italia e le camere di commercio inviano campioni dei materiali sequestrati per farli analizzare da ricercatori e tecnici

di Carlotta Rocci

4' di lettura

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Il valore di un filato in puro cashmere può essere fino a dieci volte superiore a quello di un filato misto, decisamente meno pregiato. Fibre diverse hanno prezzi molto differenti in un mercato, quello tessile, dove la composizione dei materiali determina in larga parte il prezzo. L’occhio esperto degli imprenditori del settore a volte non basta per distinguere i tessuti per verificare se corrispondono o meno a quanto dichiarato sull’etichetta.

Servono laboratori attrezzati, microscopi elettronici e cromatografi, come quelli di cui è dotato il centro Stiima-Cnr di Biella, situato nel cuore del polo industriale laniero e tessile in Piemonte e specializzato nell’analisi di fibre e filati, tanto da essere diventato il centro di riferimento nazionale anticontraffazione. Qui le procure di tutta Italia e le camere di commercio inviano campioni dei materiali sequestrati per farli analizzare da ricercatori e tecnici.

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Uno degli ultimi lotti è arrivato tra dicembre e gennaio: campioni di cashmere, seta e lana, per scoprire la composizione di migliaia di pezzi finiti sotto sequestro durante un’operazione della Guardia di Finanza. L’analisi chimica dei prodotti ha smascherato il falso: le sciarpe di “seta” erano in realtà banale poliestere: sarebbero finite sul mercato a pochi euro al pezzo, ma comunque con un prezzo ben superiore al loro reale valore.

«Il fenomeno della contraffazione c’è, ed è in costante aumento», conferma il responsabile del centro di ricerca, l’ingegnere Riccardo Carletto. Campioni come quelli inviati a dicembre arrivano di continuo, e le valutazioni svolte dagli esperti del centro sono centinaia ogni anno.

Spesso si tratta di un’analisi millimetrica, perché la normativa italiana stabilisce una tolleranza del 3% sulle componenti indicate in etichetta, altri paesi hanno regole ancora più stringenti: la tecnologia è necessaria per fornire risposte precise sulla quantità e qualità delle fibre che compongono un tessuto.

«Il primo passaggio al microscopio ci permette di distinguere, sulla base della morfologia e della reazione al contatto con i reagenti, il tipo di fibra – animale, naturale o sintetica – spiega Cinzia Tonetti, responsabile del laboratorio di microscopia elettronica –. Il secondo passaggio, invece, è chimico, con l’uso di solventi che sciolgono la fibra».

Per distinguere le fibre animali come lana, alpaca o cashmere serve un microscopio elettronico, ma al centro Stiima-Cnr è stata messa a punto, in un progetto iniziato in collaborazione con il dipartimento di scienze degli alimenti e del farmaco dell’Università di Parma, anche una tecnica innovativa, chiamata Proteomica, basata sull’analisi della cheratina contenuta nelle fibre animali, che permette di identificare senza margini di errore il tipo di materiale analizzato.

Le analisi a supporto delle indagini coordinate dalle procure rappresentano solo una parte del lavoro di questo centro di ricerca e analisi, conosciuto anche all’estero. Gli imprenditori, interessati a tutelarsi e verificare la qualità di un prodotto acquistato o la conformità dei lotti da inviare in un paese estero (con norme diverse da quelle italiane), si affidano a questi specialisti per controllare i campioni di merce. Sono arrivate richieste da paesi europei e anche dagli Stati Uniti per analizzare campioni di merce.

«Ogni paese ha le sue regole: per esempio, in Cina, se si dichiara che il prodotto è puro cashmere, deve esserlo al 100%, senza margini di tolleranza. Il rischio è che il carico venga sequestrato e distrutto. Ecco perché i produttori che lavorano con questo paese si tutelano facendo controlli preventivi», spiega Carletto.

L’altro grande filone della contraffazione riguarda la commercializzazione di prodotti brandizzati, realizzati, però, con materiali che non hanno le stesse caratteristiche dell’originale. È un’analisi complessa che coinvolge i filati, il processo di tintura e finissaggio, e le proprietà che un tessuto acquista con diversi trattamenti come, ad esempio, la capacità di essere idrorepellente. «Il capo contraffatto presenta una serie di elementi che possono renderlo più o meno riconoscibile rispetto a quello certificato dall’azienda che lo produce», spiegano gli esperti. Altre analisi studiano le proprietà antibatteriche delle lavorazioni svolte sui tessuti, per una valutazione complessiva di ciò che viene poi confezionato, etichettato e venduto al pubblico.

Tra provette, vetrini e macchine che stressano i tessuti dal punto di vista chimico e meccanico, lavorano una ventina di persone: ricercatori, tecnici e personale amministrativo, in gran parte donne. Nato nel 1969 come Istituto di Ricerca Oreste Rivetti, oggi il centro è parte del CNR e investe gran parte delle sue risorse nella ricerca, «che rimane la nostra missione – conferma Carletto –. Qui sviluppiamo, per esempio, nuovi materiali non legati al tessile più tradizionale, come le nanofibre di cheratina usate nel settore biomedicale per la crescita cellulare e la rigenerazione dei tessuti, oppure materiali per la filtrazione di acqua e aria». Il falso cashmere, dunque, è solo una parte della mole di lavoro che il centro affronta ogni anno, ma rappresenta una quota in crescita, così come lo è il fenomeno della contraffazione in molti settori, incluso quello tessile.

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