«Il primo passaggio al microscopio ci permette di distinguere, sulla base della morfologia e della reazione al contatto con i reagenti, il tipo di fibra – animale, naturale o sintetica – spiega Cinzia Tonetti, responsabile del laboratorio di microscopia elettronica –. Il secondo passaggio, invece, è chimico, con l’uso di solventi che sciolgono la fibra».
Per distinguere le fibre animali come lana, alpaca o cashmere serve un microscopio elettronico, ma al centro Stiima-Cnr è stata messa a punto, in un progetto iniziato in collaborazione con il dipartimento di scienze degli alimenti e del farmaco dell’Università di Parma, anche una tecnica innovativa, chiamata Proteomica, basata sull’analisi della cheratina contenuta nelle fibre animali, che permette di identificare senza margini di errore il tipo di materiale analizzato.
Le analisi a supporto delle indagini coordinate dalle procure rappresentano solo una parte del lavoro di questo centro di ricerca e analisi, conosciuto anche all’estero. Gli imprenditori, interessati a tutelarsi e verificare la qualità di un prodotto acquistato o la conformità dei lotti da inviare in un paese estero (con norme diverse da quelle italiane), si affidano a questi specialisti per controllare i campioni di merce. Sono arrivate richieste da paesi europei e anche dagli Stati Uniti per analizzare campioni di merce.
«Ogni paese ha le sue regole: per esempio, in Cina, se si dichiara che il prodotto è puro cashmere, deve esserlo al 100%, senza margini di tolleranza. Il rischio è che il carico venga sequestrato e distrutto. Ecco perché i produttori che lavorano con questo paese si tutelano facendo controlli preventivi», spiega Carletto.
L’altro grande filone della contraffazione riguarda la commercializzazione di prodotti brandizzati, realizzati, però, con materiali che non hanno le stesse caratteristiche dell’originale. È un’analisi complessa che coinvolge i filati, il processo di tintura e finissaggio, e le proprietà che un tessuto acquista con diversi trattamenti come, ad esempio, la capacità di essere idrorepellente. «Il capo contraffatto presenta una serie di elementi che possono renderlo più o meno riconoscibile rispetto a quello certificato dall’azienda che lo produce», spiegano gli esperti. Altre analisi studiano le proprietà antibatteriche delle lavorazioni svolte sui tessuti, per una valutazione complessiva di ciò che viene poi confezionato, etichettato e venduto al pubblico.