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Tessile europeo, la svolta circolare: dai Paesi nordici a Spagna e Croazia, progetti e riciclo in crescita

Progetti innovativi di raccolta, riuso e riciclo dei tessuti mirano a ridurre sprechi e impatti ambientali, con esperienze virtuose in Scandinavia, Italia, Croazia e Spagna

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore), Marina Kelava (H-Alter, Croazia) e Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna)

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Invertire la rotta, costruendo una filiera del tessile più sostenibile e circolare. È questo l’obiettivo che guida un numero crescente di progetti europei dedicati al riuso e al riciclo dei materiali, in un settore che oggi produce alti impatti ambientali e sprechi significativi. Ogni anno, infatti, gli europei consumano in media 26 chili di tessuti a persona, e circa la metà finisce tra i rifiuti.

Proprio a partire da questa consapevolezza, nei Paesi scandinavi è nato Trad, un progetto cofinanziato da Interreg Svezia-Norvegia che coinvolge amministrazioni locali, imprese del riciclo e produttori tessili. L’iniziativa, sostenuta dalle istituzioni europee, punta a testare nuovi modelli per la raccolta, lo smistamento e il riutilizzo dei tessuti, promuovendo al contempo l’estensione della responsabilità del produttore. All’orizzonte, la creazione di una vera e propria catena di valore circolare, capace di coniugare innovazione industriale, sostenibilità e competitività.

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Lo sforzo nordico

Trad fa parte di un più ampio sforzo nordico, strettamente connesso ai progetti gemelli Threads e SorTex. «Tutti e tre hanno iniziato nel 2024 ed esplorano le diverse fasi della catena del valore tessile, dai sistemi di raccolta alle tecnologie di riciclaggio dei materiali - scrive la Commissione europea nel documento di accompagnamento -assicurando che le esperienze regionali alimentino la strategia dell’UE per i tessuti sostenibili e circolari».

Secondo le linee guida dell’Ue si deve intervenire sui tessuti perché «è il terzo settore per un maggiore uso dell’acqua e del suolo e il quinto per l’uso di materie prime primarie ed emissioni di gas serra». Non solo, «l’europeo medio butta via 11 chili di tessuti ogni anno. In tutto il mondo, un camion carico di tessuti viene scaricato o incenerito ogni secondo. La produzione globale di tessuti è quasi raddoppiata tra il 2000 e il 2015 e il consumo di abbigliamento e calzature dovrebbe aumentare del 63% entro il 2030. Parallelamente a questa incessante espansione, continuano a crescere gli impatti negativi sulle risorse, l’acqua, il consumo di energia e il clima. La necessità di affrontare la produzione e il consumo di tessuti è ora più urgente che mai».

160 mila aziende e 1,5 milioni di persone

Il settore tessile impiega oltre 1,5 milioni di persone in oltre 160mila aziende, con un fatturato di 162 miliardi di euro nel 2019. «Composto essenzialmente da piccole e medie imprese, l’ecosistema tessile deve essere accompagnato per promuovere la sua ripresa post Covid-19 e per rafforzare la sua resilienza e aumentare la sua attrattiva per una forza lavoro di talento e qualificata. L’Europa è sempre stata e dovrebbe rimanere la patria di marchi innovativi, creatività, know-how e prodotti tessili di qualità».

Da qui l’idea dell’Ue per la produzione di tessuti sostenibili e circolari. «Circa il 73% dell’abbigliamento e dei tessuti per la casa consumati in Europa sono prodotti e importati da paesi al di fuori dell’UE. Nel 2017, l’UE ha prodotto 7,4 chili di tessuti a persona e consuma quasi 26 , rendendolo un importatore netto. In particolare, nel 2019 l’UE è stata uno dei maggiori importatori mondiali di abbigliamento con un valore complessivo di 80 miliardi di euro - si legge nel documento della Commissione -. Questo è il motivo per cui la strategia promuove la collaborazione internazionale per ridurre gli impatti ambientali e sociali negativi».

Il quadro in Italia

La sostenibilità è entrata a pieno titolo anche in Italia e nel mondo dei tessuti italiani. Proprio per questo motivo, e in un’ottica sostenibile e circolare sono nati diversi consorzi con l’obiettivo di promuovere l’economia circolare «aiutando le aziende a rispettare le norme». Tra i principali figurano Cobat Tessile, Ecotessili, ERP Italia Tessile e Erion Textiles. Questi consorzi si occupano della raccolta e recupero dei prodotti tessili che, dopo i trattamenti, diventano nuovamente materia prima.

Proprio in questa logica di transizione recentemente Confindustria Moda e Unicredit hanno siglato un accordo «fine di supportare le imprese della filiera tessile e moda nella digitalizzazione e nella transizione sostenibile, mirata a ridurre l’impatto ambientale, con processi produttivi sempre più green». Tra le altre iniziative in campo, a Palermo, la nascita dello sportello moda per accompagnare le imprese nella transizione sostenibile. L’obiettivo è formare le imprese in vista dell’entrata in vigore, a gennaio 2026, del passaporto digitale del prodotto. Lo strumento che garantisce tracciabilità, sostenibilità e trasparenza della filiera produttiva attraverso un Qr code.

La Croazia accelera sul riciclo tessile

Nel 2023 in Croazia sono stati generati oltre 54 mila tonnellate di rifiuti tessili e calzature, pari a 14 chili pro capite. Di questi, il 23,7% è stato raccolto in modo differenziato, una quota in costante crescita rispetto al 5,5% registrato nel 2010. Tra i rifiuti separati, la parte maggiore – quasi il 40% – riguarda abbigliamento e altri tessuti di uso domestico.

Secondo i dati del Ministero della Transizione verde, il 76% dei rifiuti tessili raccolti viene recuperato, attraverso energia (24%), riciclo (27%) o preparazione al riuso (25%), mentre solo il 14% finisce in discarica. Attualmente 44 imprese operano nel trattamento dei rifiuti tessili in 57 siti del Paese, con un solo grande riciclatore che gestisce circa il 90% dei materiali recuperati tramite processi R5. Nel 2023 la Croazia ha esportato 3.400 tonnellate di rifiuti tessili e ne ha importate 1.800, a testimonianza di un mercato in crescita.

Il Ministero riconosce che «gran parte dei tessuti e delle calzature continua a finire nel rifiuto indifferenziato», ma sottolinea «l’enorme potenziale di recupero e riutilizzo ancora inespresso».

Esempi virtuosi non mancano. La cooperativa sociale Humana Nova, attiva nel riciclo e nel reinserimento lavorativo di persone vulnerabili, raccoglie abiti usati tramite donazioni e contenitori stradali, rivendendoli nei propri negozi o adattandoli in sartoria per creare nuovi prodotti. Una parte del materiale viene trasformata in stracci industriali o feltro riciclato. Altro modello positivo è la Regeneracija Zabok, azienda che produce materiali isolanti e protettivi da tessuti riciclati: oggi è tra i principali produttori europei di teli protettivi per lavori di pittura.

Parallelamente cresce anche l’attenzione dei cittadini: eventi di scambio di vestiti, organizzati da ong come Green Action, e reti online locali di dono e riuso (“Sharing is caring”) testimoniano una sensibilità ambientale sempre più diffusa.

Spagna, tra economia circolare e boom del second hand

La Spagna ha inserito la strategia per il tessile sostenibile all’interno del piano nazionale “España Circular 2030” e della Legge 7/2022 sui rifiuti, che introduce l’estensione della responsabilità del produttore (EPR) per abbigliamento e calzature. Entro fine 2025, i produttori dovranno finanziare la raccolta, lo smistamento e il riciclo dei prodotti immessi sul mercato, in linea con le direttive europee.

Il Paese sta così costruendo una filiera circolare che coinvolge enti locali, imprese e associazioni. In parallelo si sta affermando una vera “rivoluzione dell’usato”, alimentata dai social network e da catene specializzate. Il caso più emblematico è quello di Humana Fundación Pueblo para Pueblo, che nel 2024 ha recuperato oltre 19 mila tonnellate di capi, pari a 77 milioni di indumenti, di cui il 63% riutilizzato e il 28% avviato al riciclo.

La tendenza ha spinto anche grandi marchi come Inditex (Zara) ad aprirsi al mercato del second hand, integrando il riuso tra i propri servizi per ridurre l’impatto ambientale e intercettare nuovi segmenti di consumo.

La rete spagnola di raccolta selettiva dei tessili conta oggi centinaia di contenitori urbani gestiti da organizzazioni sociali come Cáritas e Croce Rossa, mentre si moltiplicano le boutique di seconda mano, circa 800 nel 2025, metà delle quali in mano a enti non profit.

Per il governo, la transizione tessile è una priorità strategica: «L’obiettivo – si legge nel piano España Circular – è trasformare l’intero ciclo del tessile, dal design alla vendita, in un modello sostenibile e competitivo capace di ridurre i rifiuti e creare nuova occupazione verde».

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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