Market Mover

Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo oradal nostro corrispondente Alberto Magnani
4' di lettura
4' di lettura
NAIROBI - Nella mattinata del 30 agosto, il Niger sembrava già scampato al destino vissuto dai governi alleati di Mali e Burkina Faso fra 2021 e 2022: un golpe nel golpe contro la giunta militare di Abdourahamane Tchiani, salita al potere tre anni fa con un putsch e incalzata da un’insubordinazione di soldati ribelli dilagata il giorno prima. «Sembra tutto finito, per ora» confermava a NextMed una fonte a conoscenza dei fatti, testimoniando il rientro di uno dei picchi di tensione degli ultimi mesi.
Il ministero della Difesa nigerino ha ufficializzato la neutralizzazione dell’attacco già a poche ore di un’offensiva sferrata su «obiettivi sensibili» come le zone del palazzo presidenziale, dell’aeroporto internazionale Diori Hamani e la Base 101: la base militare che fa da hub per il commando dell’Alleanza degli Stati del Sahel e ospita un contingente italiano di 300 militari italiani della Missione Bilaterale di Supporto in Niger o MISIN, l’unica missione occidentale sopravvissuta alla cesura dei rapporti dei golpisti con i vecchi partner di Ue e Usa.
La Russia ha rivendicato il contributo decisivo dei suoi Africa Corps, i contractors della ex Wagner, legati ai governi militari saheliani e intervenuti a protezione della giunta nel vivo dell’ammutinamento. Ma c’è un altro attore atterrato - letteralmente - nella contesa, al risveglio dal tentato putsch contro Tchiani: l’Algeria. Il governo di Abdelmadjid Tebboune ha inviato lo stesso 30 agosto quattro jet Sukhoi Su-30MKA, caccia pesanti di produzione russa, in una consegna supportata da un aereo cisterna Il-78 e da un aereo da trasporto Il-76. La Difesa algerina, scrive l’agenzia turca Anadolu Ajansı, ha dichiarato che i velivoli sono stati dispiegati su richiesta del Niger per una missione di contrasto al «tentativo di destabilizzazione» di Niamey, eseguendo un ordine arrivato dal Capo di stato maggiore dell’Esercito algerino e dal presidente Abdelmadjid Tebboune. L’obiettivo di fondo, ha sottolineato il ministero in una nota, è «rafforzare la sicurezza e la stabilità» nella regione.
L’Algeria, meno di 50 milioni di abitanti sulla superficie più estesa dell’Africa, ha sempre rivendicato la dottrina del non-allineamento e la difende ancora oggi come una «scelta sovrana» nei nuovi equilibri globali. Ma l’intervento a favore dello «Stato fratello del Niger» consolida e amplia un interesse sempre più nitido per il Sahel, la fascia semidesertica che costeggia i suoi confini meridionali ed è degenerato da anni in un circolo vizioso fra violenze dei gruppi armati e golpe militari: cinque in tre anni fra Mali, Burkina Faso e appunto Niger, le tre giunte oggi raccordate nell’Alleanza degli Stati del Sahel. Lo scorso 9 agosto, a poche settimane dall’ammutinamento di Niamey, Algeri ha donato alla giunta una flotta formata da due elicotteri da attacco Mi-24 SuperHind e due elicotteri da trasporto Mi-171. Il mese prima, a luglio, era stata la volta di un riavvicinamento con la giunta del Mali e la riapertura dello spazio aereo a un anno dal casus belli della frattura: l’abbattimento di un drone di sorveglianza maliano in volo oltre i confini algerini, anche se la giunta di Bamako ha sempre smentito la violazione territoriale contestata da Algeri.
L’Algeria, spiega Dario Cristiani dell’Atlantic Council, ha sempre considerato il Sahel come una regione sensibile e ha sposato la linea della «influenza senza interferenza»: una dottrina esemplificata in operazioni diplomatiche come l’Accordo di Algeri del 2015 fra l’esecutivo maliano di Ibrahim Boubacar Keïta e i separatisti Tuareg, poi stracciato nel 2024 dalla giunta di Assimi Goïta. «La sahelizzazione di Al-Qāʿida nel Maghreb islamico e le pressioni migratorie - dice Cristiani - hanno accresciuto l’importanza della regione per la sicurezza algerina, spingendo il governo ad adattare i suoi rapporti con le giunte». Gli esiti sono le ricuciture diplomatiche avviate con gli esecutivi o gli interventi più robusti sul filone della difesa, culminati nel sostegno dopo il “non-golpe” dello scorso 29 agosto. Il momento «rappresenta un punto di svolta e riflette una virata verso una politica estera algerina più pragmatica e risoluta» spiega Dalia Ghanem, analista del German Marshall Fund of the United States. In questa ottica, aggiunge Ghanem, l’approccio al Niger non deve essere interprato come una sintonia ideologica con il governo militare ma come un «calcolo realistico» per evitare il collasso delle autorità limitrofe e un vuoto di potere su 950 chilometri di confine.