Terapie intensive occupate al 20%. Mancano 9mila medici e infermieri
Coronavirus: i letti disponibili nelle Regioni salgono a 6.960, ma con 1.284 ricoveri la soglia di allerta del 30% è vicina. E non si trovano rianimatori e personale per attivare altri 3mila posti
di Marzio Bartoloni
3' di lettura
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Se nella prima ondata del Coronavirus era un corsa continua alla ricerca di ventilatori per aggiungere letti in terapia intensiva ora, nella seconda, è caccia a medici rianimatori e anestesisti e a infermieri specializzati in emergenza da impiegare per i nuovi posti che faticosamente si stanno attivando . Una ricerca che rischia però di andare a vuoto visto che di camici bianchi e operatori specializzati non ce ne sono o ce ne sono troppo pochi e infatti i bandi per il personale - dal Lazio alla Lombardia - vanno deserti e si comincia a guardare ai giovani specializzandi o ai medici pensionati.
Servono (almeno) 9mila operatori
Secondo le stime sul fabbisogno nelle corsie di rianimazione servono almeno 9mila operatori per poter attivare i 3mila letti in terapia intensiva che si punta ad aggiungere - grazie ai ventilatori nella disponibilità di Regioni e del commissario Arcuri - nei prossimi mesi ai 6960 attivati fino a ieri dalle Regioni (erano 5179 prima del Covid). Arcuri finora ha distribuito 3159 ventilatori e le Regioni ne hanno utilizzati 1781, e ne ha altri 1450 disponibili: in tutto dunque si possono aggiungere nelle prossime settimane altri 2828 letti.
Ma per farli partire servono un medico specialista - ( si può scendere a 0,8) - e almeno 2-3 infermieri per ogni posto letto in terapia intensiva: dunque 2mila-2500 medici e circa 6-7mila infermieri specializzati. «Difficile se non impossibile trovarli e infatti alcune Regioni più in difficoltà come Lombardia Campania e mi hanno detto anche Puglia stanno bloccando alcune attività nelle rianimazioni, quelle per gli altri pazienti, per recuperare il personale», avverte Alessandro Vergallo, presidente dell'Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri.
Del resto per formare uno specialista per questi reparti servono 10 anni tra laurea in medicina e corso di specializzazione e oggi si paga il numero chiuso e le poche borse per specializzarsi del passato che hanno creato una grave carenza di questi medici. Così come degli infermieri.
Oggi in Italia 18mila tra rianimatori e anestesisti
Oggi in Italia ci sono 18mila tra rianimatori e anestesisti di cui 12mila negli ospedali pubblici, quelli che hanno vissuto lo stress della prima ondata. Come uscirne? Per Vergallo bisogna innanzitutto «stabilizzare i precari che ancora ci sono e poi puntare sugli specializzandi, circa 1200 quelli al quarto e quinto anno, da assumere con procedure facili e contratti a tempo determinato e infine richiamare i pensionati per inviarli nelle rianimazioni non Covid». Il problema infatti è che ci sono tanti altri pazienti da ricoverare: da chi ha avuto un incidente grave alle vittime di infarti ictus o a chi ha avuto una operazione delicata.


