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Terapie di conversione, l’Europa accelera sul divieto ma resta divisa

Le terapie di conversione restano diffuse in Europa, con alcune legislazioni avanzate e altri Paesi ancora privi di divieto

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore), Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna) e Dimitris Angelidis (EfSyn, Grecia)

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Le chiamano “percorsi di accompagnamento”, “cammini di guarigione”, “sostegno spirituale”. In realtà le terapie di conversione sono pratiche volte a cambiare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità o l’espressione di genere di una persona. Le Nazioni Unite le hanno quindi più volte ricondotte alla categoria dei trattamenti inumani e degradanti. Eppure, in Europa, il quadro normativo resta disomogeneo: accanto a Paesi che le vietano in modo esplicito, altri non dispongono ancora di un divieto organico.

La questione è tornata al centro del dibattito continentale dopo che, a fine gennaio 2026, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a introdurre un bando legislativo completo. Il testo chiede di vietare tutte le forme di terapie di conversione, di rafforzare i servizi di supporto alle persone sopravvissute, di istituire sistemi di monitoraggio e raccolta dati e di promuovere campagne di sensibilizzazione sui danni prodotti da queste pratiche.

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Secondo ILGA Europe, che ha sostenuto la necessità di un intervento coordinato, il punto cruciale è includere nel divieto anche le pratiche presentate come “consensuali”, poiché il consenso può essere ottenuto in contesti di forte pressione familiare, religiosa o sociale.

I dati

Le evidenze più aggiornate arrivano dalla survey LGBTIQ III (2023) dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), analizzata nei rapporti “Intersections 2.0” di ILGA Europe. Il quadro è frammentato: la prevalenza delle terapie di conversione varia in modo significativo tra Stati membri (oltre ad Albania, Macedonia del Nord e Serbia). Un dato però accomuna il continente: le persone trans, non binarie e intersex dichiarano un’esposizione sensibilmente più alta rispetto alle persone cisgender endosex.

Le pratiche inoltre raramente assumono la forma di terapie cliniche riconosciute nei sistemi sanitari pubblici. Più spesso si manifestano come ritiri religiosi, percorsi spirituali intensivi, counseling pseudo-psicologico, programmi di “castità” o pressioni familiari reiterate, con l’obiettivo di riportare la persona a un modello eterosessuale e conforme al genere assegnato alla nascita.

Grecia: divieto parziale e diffusione elevata

In Grecia una legge del 2022 ha introdotto un divieto parziale: le terapie di conversione sono vietate sui minori e sugli adulti incapaci di autodeterminarsi, ed è proibita la promozione a fini di lucro da parte di professionisti. Restano però consentite se praticate con il consenso esplicito della persona interessata.

Le organizzazioni LGBTQI hanno definito la norma insufficiente. Orlando LGBT, che ha condotto una delle principali ricerche nazionali, sottolinea come la maggioranza delle persone coinvolte abbia tra i 18 e i 25 anni: adulti formalmente consenzienti ma spesso sottoposti a pressioni. Inoltre, chi promuove tali pratiche senza scopo di lucro – come esponenti religiosi – resta sostanzialmente escluso dal perimetro sanzionatorio.

Secondo i dati FRA elaborati da ILGA Europe, la Grecia registra il tasso più alto in Europa: il 38% delle persone LGBTIQ dichiara di aver subito tentativi di conversione. Le testimonianze raccolte parlano di anni di “terapie” volte a reprimere l’identità di genere, di sedute pseudo-energetiche con minacce sulla salute, fino a casi di coercizione sessuale in contesti spirituali.

Spagna: divieto nazionale e sanzioni fino a 150mila euro

Diversa la traiettoria della Spagna. Dopo una serie di leggi regionali a partire dal 2016, nel 2023 è entrata in vigore la legge statale 4/2023 per l’uguaglianza reale ed effettiva delle persone trans e per la garanzia dei diritti LGTBI. La norma vieta espressamente “metodi, programmi e terapie di avversione, conversione o controcondizionamento (…) anche con il consenso della persona interessata o del suo rappresentante legale”. Le sanzioni possono arrivare fino a 150mila euro, con la possibilità di esclusione da finanziamenti pubblici.

I casi emersi nel Paese hanno riguardato prevalentemente ambienti religiosi conservatori, non programmi ufficiali della gerarchia cattolica. Le pratiche assumevano la forma di ritiri chiusi, accompagnamenti spirituali intensivi e dinamiche di gruppo basate su colpa e repressione del desiderio.

Italia: assenza di una legge specifica

In Italia non esiste un divieto nazionale delle terapie di conversione. Le proposte di legge presentate negli ultimi anni – spesso nell’ambito del più ampio dibattito sul contrasto all’omotransfobia – non sono mai state approvate. Eventuali condotte possono essere perseguite solo attraverso reati generali (maltrattamenti, violenza privata, abuso), ma manca una norma che vieti espressamente queste pratiche e ne riconosca la specificità.

Le associazioni LGBTI italiane segnalano che anche nel nostro Paese i tentativi di “correzione” avvengono soprattutto in ambito familiare e religioso o attraverso percorsi psicologici privi di basi scientifiche. Non risultano programmi ufficiali riconosciuti dalla Chiesa cattolica italiana, ma vengono denunciate iniziative promosse da singoli sacerdoti o gruppi che interpretano l’omosessualità o l’identità trans come condizioni da superare.

Secondo un report di settembre 2025 di Meglio a Colori, una persona LGBT su cinque ha subito tentativi di conversione, sottolineando come il fenomeno sia ancora diffuso e poco regolamentato.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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