Tenute Piccini cresce a colpi di acquisizioni e vendite all’estero
L’azienda occupa la posizione 345 nella classifica del Sole 24 Ore-Statista
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«Abbiamo 142 anni di vita, ma siamo una startup». Mario Piccini, presidente e amministratore delegato dell’azienda vinicola di famiglia, la toscana Piccini 1882, riassume così la trasformazione vissuta negli ultimi tre anni, quelli che hanno portato a (più che) raddoppiare il fatturato, da 63,3 milioni del 2020 a 154,3 milioni del 2023, con un Cagr (tasso medio annuo di crescita) del 34,6%. «Oggi siamo un’azienda diversa», dice il “re” del Chianti, uno dei vini rossi più famosi al mondo, di cui commercializza il 15% della denominazione (circa 100mila ettolitri su 650mila).
Il Covid ha contribuito allo sviluppo dell’azienda senese che, tra tenute proprie (cinque in Toscana, Sicilia e Basilicata con 220 ettari di vigneti), cantina ex-cooperativa degli Agricoltori del Chianti Geografico e, soprattutto, vini imbottigliati col marchio Piccini, produce 30 milioni di bottiglie all’anno che vende per il 75% all’estero, in 90 Paesi. La grande distribuzione è uno dei principali canali di sbocco e durante la pandemia ha spinto la crescita. Ma accanto a questo c’è stata la riorganizzazione aziendale, col trasferimento delle attività nel nuovo quartier generale di 18mila metri quadrati di Casole d’Elsa; l’inserimento di figure manageriali tra cui un direttore generale d’esperienza come Davide Profeti; l’acquisto del 35% della trevigiana Vinicola Cide, imbottigliatore di Prosecco che controlla il distributore tedesco Cide GmbH (ribattezzato Tenute Piccini 1882 GmbH); il lancio di nuovi vini a basso contenuto di alcol come il Chianti Slim a 11 gradi; gli investimenti mai tagliati in comunicazione, tra cui le campagne televisive; una politica dei prezzi oculata, che ha privilegiato l’obiettivo di non perdere il cliente. “Per questo dico che oggi siamo un’azienda diversa, più organizzata, più efficiente ma sempre posizionata nella fascia media – sostiene Mario Piccini - perché non abbiamo aumentato i prezzi come avremmo dovuto, restando un marchio democratico. Per me il vino è inclusione e quel che conta è la serietà del produttore”.
Nel 2025 l’azienda (200 dipendenti) salirà dal 35 al 65% del capitale di Vinicola Cide, valuterà l’acquisizione di un imbottigliatore in Friuli, svilupperà una linea di vini a bassa gradazione che tanto interesse stanno riscuotendo nel mondo, guarderà all’Africa e al Nord e Centro America. “Intanto quest’anno cresceremo a doppia cifra – conclude il dg Profeti – arrivando a 170 milioni di fatturato con una redditività in crescita rispetto ai 7,1 milioni di ebitda dell’anno scorso. Abbiamo una direzione chiara e stiamo marciando”.


