Gestione Aziendale

Temporary manager in Italia, la crescita di un modello flessibile per Pmi e grandi aziende

In un contesto economico incerto e in rapida evoluzione, le aziende italiane stanno adottando sempre più la figura dell’Executive Temporary Manager per gestire crisi, transizioni e innovazioni

di Gianni Rusconi

 (Adobe Stock)

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C’è un segmento del mondo manageriale che, pur restando ancora poco visibile nel dibattito pubblico (specialmente in Italia), sta guadagnando spazio con crescente rapidità: è quello dell’Executive Temporary (o Interim) Management, che presuppone l’ingresso in azienda di una figura “ponte” e a termine, con responsabilità operative dirette e obiettivi chiari che si traducono nella necessità di produrre risultati in tempi rapidi. Parliamo in altre parole di un modello organizzativo che risponde a un’esigenza sempre più diffusa tra le imprese, soprattutto quelle di medie dimensioni, chiamate a gestire contesti instabili e ristrutturazioni, passaggi generazionali e transizioni di governance, trasformazioni urgenti e passaggi critici senza poter contare su tempi lunghi di selezione o su strutture interne già pronte.

Secondo le rilevazioni di Valtus, società attiva nell’universo dei “manager a tempo” a livello executive, questo mercato vale oggi su scala globale circa 5 miliardi di euro, con Europa (che pesa per il 60% e cresce a ritmi prossimi al 10% annuo) e Stati Uniti a fare da traino. È però nei cluster emergenti, e tra questi c’è anche l’Italia, che si registrano le dinamiche più interessanti, con un incremento atteso nell’ordine del 15% che conferma una chiara evoluzione di approccio, da parte delle aziende, nella gestione delle discontinuità. A spingere questa evoluzione concorrono diversi fattori: dalla difficoltà di reperire competenze specialistiche in tempi brevi alla crescente richiesta di flessibilità da parte delle aziende fino alla messa in discussione dei modelli tradizionali di consulenza e ricerca di livello executive. Abbiamo approfondito questa tematica con Roberto La Caria, Managing Partner di Valtus Italia.

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Il rimbalzo di domanda per il mercato dei “manager a tempo” è congiunturale o il segnale di una trasformazione del modello di leadership delle imprese italiane?

Più che di un rimbalzo congiunturale, si tratta di un cambiamento strutturale. L’Italia parte da un livello di conoscenza dello strumento molto più bassa rispetto ad altri paesi europei, dimostrato dal fatto che il mercato dell’Executive Interim Management vale circa 2,5 miliardi di euro in Germania e circa 150 milioni nel nostro Paese. Eppure, in un contesto di forte incertezza, le Pmi necessitano di competenze manageriali di alto livello e immediatamente operative, che non pesino troppo sulla struttura per non perdere competitività. Anche le grandi aziende stanno però guardando con crescente interesse a questo fenomeno, che per caratteristiche di flessibilità e rapidità di intervento può fungere da leva strategica per affrontare cambiamenti repentini, colmare tempestivamente eventuali ruoli manageriali vacanti e guidare progetti complessi. Questo contesto richiede un rapido rafforzamento manageriale, necessario per garantire un’integrazione efficace a valle delle operazioni di M&A (Merge and acquisition, ndr) e favorire la creazione di valore evitando situazioni di under-performance.

C’è un momento specifico che elegge il temporary manager a scelta più razionale dal punto di vista economico e non solo organizzativo?

Esigenze legate alla velocità di intervento e alla flessibilità organizzativa sono sicuramente tra i principali fattori di scelta. L’interim management consente di inserire un manager all’interno dell’organizzazione in 5-10 giorni, mentre un processo di executive search può richiedere 4-6 mesi. Altri suoi vantaggi: non comporta costi di ricerca e selezione, non presenta il rischio di “sbagliare” un inserimento, non vincola la struttura nel lungo periodo e consente all’azienda di sostenere un costo certo legato a un’esigenza specifica e temporanea.

Inoltre, si integra immediatamente nel contesto, è immediatamente operativo ed efficace senza la classica curva di apprendimento di una figura “permanent” e porta un valore aggiunto che deriva dalla sua seniority ed esperienza. In definitiva, la scelta di un Interim manager è particolarmente efficace e razionale in tutte le situazioni che richiedono immediatezza dell’intervento, competenze e professionalità di alto livello e necessità di non “ingessare” una struttura.

In Italia il ricorso a questa figura è spesso legato a operazioni straordinarie o anche crisi di liquidità: sta cambiando il rapporto tra proprietà e management?

Certamente, la visione dell’interim manager si sta evolvendo da strumento “emergenziale”, trainato dalla necessità più che dalla opportunità, a strumento organico funzionale alla crescita e allo sviluppo dell’azienda. L’imprenditore oggi si sta rendendo conto della necessità di essere supportato in un contesto geopolitico ed economico sempre più incerto da professionalità capaci di analizzare ed intervenire nel processo decisionale: in questo contesto il management, in passato troppe volte percepito quasi in competizione o quasi con il ruolo dell’imprenditore, sta acquisendo oggi un ruolo di supporto e di alleato strategico che porta valore aggiunto.

L’Interim può essere quindi letto come un rafforzamento della governance, soprattutto nelle PMI familiari?

L’interim manager è un elemento di forte valore negli equilibri della governance delle piccole e medie imprese. Come soggetto terzo, non coinvolto emotivamente, agisce al di fuori delle dinamiche familiari e dei contrapposti interessi, nell’interesse superiore dell’azienda e non di una parte: apporta razionalità e solidità e affianca la Pmi nei momenti critici, spesso contribuendo ad eliminare il senso di solitudine che affligge l’imprenditore nei momenti di difficoltà o cambiamento. Questa figura può inoltre dare un supporto cruciale nella delicata fase del passaggio generazionale, argomento sempre più caldo nelle dinamiche aziendali italiane, accompagnando con consapevolezza i figli nel passaggio o accompagnando l’azienda verso il mercato dei capitali quando la successione non è possibile o inapplicabile.

Quanto pesa l’esigenza di competenze specialistiche (in tema di AI, per esempio) e in che modo l’executive “a tempo” diventa leva abilitante per accelerare cambiamenti che il management fatica a guidare?

Volatilità, incertezza, complessità e ambiguità, se moltiplicate tra loro, danno origine al caos, in uno scenario che non può essere evitato ma che deve essere gestito. Solo una governance solida e processi decisionali consolidati basati su dati certi permettono quel livello di controllo del caos che evita all’azienda di esserci trascinata. Le competenze specialistiche sono alla base della capacità di scegliere ed utilizzare gli strumenti tecnologici, come l’intelligenza artificiale, ma non bisogna dimenticare che parliamo appunto di strumenti. Il come utilizzarli e come sfruttare le informazioni che tali strumenti permettono di acquisire ed elaborare in tempi fino a ieri impensabili, resta comunque patrimonio del manager. La figura a interim ha skill normalmente sovradimensionate rispetto al ruolo da ricoprire e proviene da contesti diversi da quello aziendale. Non è vincolato, inoltre, al pericoloso concetto di “abbiamo sempre fatto così” ma punta a guidare anche il team interno verso nuovi metodi e obiettivi ambiziosi, senza porsi in competizione o in contrasto con la struttura esistente ma guidando le risorse interne in un percorso di crescita che consolida prima della sua uscita.

Si parla di “impatient active owners” e di una crescente pressione sui risultati: il temporary manager è quindi una risposta a una cultura aziendale più orientata misurabilità delle performance? 

È chiaro che oggi tutte le aziende misurano i risultati e sono “performance driven”. La visione associata a una capacità di execution forte ed immediata contraddistingue l’interim manager, è parte della sua cultura e lo differenzia dal classico consulente in maniera netta. Non è un mero esecutore ma porta in azienda anche capacità progettuale, sa definire gli obiettivi e sa elaborare la strategia traducendola in azioni concrete che vanno misurate per essere validate o immediatamente corrette.

Un’ultima domanda: quali indicatori vengono tipicamente utilizzati per valutare il successo di un incarico a interim?

Possono essere diversi a seconda del tipo di intervento e dell’area aziendale coinvolta; al di là di quelli di settore, sicuramente l’indicatore principale di performance è il miglioramento dell’Ebitda e della capacità di generare cassa. Questo deve essere il vero obiettivo: il miglioramento organizzativo, i coefficienti di efficienza, la produttività, il ciclo finanziario, il dimensionamento del circolante sono tutti parametri che devono convergere verso l’aumento di redditività e la creazione della cosiddetta “enterprise value”.

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