Sviluppo sostenibile

Tecnologie pulite strategiche per transizione e competitività

A livello mondiale gli investimenti nel cleantech potrebbero raggiungere i 5mila miliardi con un impatto positivo su Pil e occupazione. In Italia è l’occasione per creare una filiera nazionale

Illustrazione di Giovanni Gastaldi

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Sono strumenti cruciali per la decarbonizzazione e al tempo stesso una leva strategica su cui si gioca la competitività europea nell’arena mondiale. Ma anche una chance a portata di mano per l’Italia: è arrivato il momento di creare una filiera nazionale delle tecnologie cleantech per non restare indietro.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Tre fasi

A livello globale le prospettive sono rosee. Se negli ultimi dieci anni le start up e le scale up del settore hanno raccolto complessivamente oltre 480 miliardi di dollari, «una nostra recente analisi – spiega Fabrizio Bacchini, senior partner di McKinsey & Company - stima che, se l’attuale traiettoria di crescita proseguisse, gli investimenti annuali in conto capitale in quindici tecnologie cleantech (legate all’energia pulita, ai sistemi elettrici alla decarbonizzazione degli edifici, alla mobilità elettrica, ai materiali verdi e alle soluzioni carbon negative) - potrebbero raggiungere a livello globale i 5mila miliardi di euro nel 2035. Una spesa di questa entità potrebbe contribuire tra uno e due punti percentuali al valore aggiunto lordo mondiale e creare opportunità di lavoro per 25-30 milioni di persone ». Non solo. Il recente report della società di consulenza “Cheaper, faster, better: a formula for cleantech scaling success” - su un campione di 11mila startup e scale-up private del settore che hanno raccolto equity almeno una volta negli ultimi dieci anni - distingue tre fasi di sviluppo a livello mondiale: il periodo pre-boom dal 2015 al 2020, il boom del 2021-22 e la fase post boom dal 2023 al 2025, ciascuna con una diversa allocazione degli investimenti. La mobilità ( veicoli elettrici, la mobilità condivisa e software per la logistica) ha dominato nei primi anni e conserva la base più ampia di aziende affermate, ma ha lasciato spazio a un portafoglio più diversificato, con investimenti crescenti in batterie ed energy storage, rinnovabili e decarbonizzazione industriale.

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«Per le imprese Ue - fa notare Bacchini - le maggiori opportunità si trovano nei veicoli elettrici, nei mezzi pesanti a zero emissioni, nelle reti elettriche e nella chimica verde. Negli Usa il solare continua a crescere, sostenuto dalla riduzione dei costi e dalla rapidità di installazione». Anche lo storage sta accelerando, in tutte le aree analizzate, ma la pipeline di progetti non è ancora sufficiente a raggiungere gli obiettivi al 2030. «Eolico offshore e idrogeno verde - prosegue - mostrano invece, a livello globale, maggiori ritardi nello sviluppo». Su tutti i segmenti incombe la concorrenza asiatica, con la Cina in prima fila.

Nell’ultima fase dal 2023 al 2025, le startup e scaleup analizzate nel report hanno raccolto in media circa 70 miliardi di dollari all’anno: circa il 10% in meno rispetto al boom, ma quasi quattro volte la media del periodo pre-boom. «I dati – sottolinea Bacchini - indicano il passaggio a un mercato più maturo e selettivo, in cui il capitale tende a concentrarsi sulle realtà con le prospettive più solide: ad attrarre capitali e a crescere saranno le aziende capaci di offrire soluzioni economicamente competitive, in grado di arrivare più rapidamente sul mercato e differenziarsi non solo per i benefici ambientali, ma anche per prestazioni, funzionalità e modello di business. L’intelligenza artificiale è una delle forze che contribuiranno a plasmare la prossima fase del cleantech e sta già assumendo un ruolo trasversale lungo l’intera catena del valore: dalla ricerca di nuovi materiali all’ottimizzazione dei processi, dalla manutenzione predittiva fino al supporto commerciale». Anche le politiche pubbliche possono contribuire a creare le condizioni perché l’innovazione cleantech raggiunga la scala industriale. In Europa - ricorda Bacchini - questo ruolo è particolarmente rilevante: circa il 30% dei finanziamenti di venture capital nel settore proviene da fonti pubbliche, rispetto al 4% negli Usa.

Le opportunità per l’Italia

E in Italia? «Le aree in cui le tecnologie pulite potranno conquistare una leadership produttiva sono materiali e chimica verde, biomanifattura, storage, in particolare lo stoccaggio di lunga durata, e agrifood», spiega Federico Cuppoloni, direttore di Cleantech for Italy, un’iniziativa lanciata nel 2024 col supporto di Breakthrough Energy, la fondazione di Bill Gates sul clima, e della European Climate Foundation, che riunisce diversi attori dell’ecosistema italiano delle tecnologie pulite. Dal 2019 al 2026 - come mostrano i dati di Cleantech for Italy elaborati insieme a Mito Technology - nel nostro Paese sono stati convogliati 1,4 miliardi di investimenti per le nuove attività (con un ritmo di crescita annuo del 70,2%), di cui 130 milioni nei primi otto mesi dell’anno. Complessivamente finora sono state più di 300 le start up finanziate. I passi avanti sono stati notevoli passi ma l’Italia è ancora nelle retrovie rispetto ad altri competitor europei e mondiali. «Questo patrimonio - avverte Cuppoloni - rischia inoltre di disperdersi nel momento decisivo del passaggio alla fase industriale. La traiettoria di finanziamento italiana si interrompe, infatti, alla soglia della prima industrializzazione, quando un’impresa costruisce il primo impianto su scala. C’è un divario tra innovazione e industria che va colmato: in assenza di appositi strumenti si rischia che tecnologie sviluppate e validate in Italia, spesso con risorse pubbliche, vengano scalate altrove, in giurisdizioni dotate di strumenti più adatti alle fasi ad alta intensità di capitale»

Il tempo stringe: l’Industrial accelerator Act- presentato dalla Commissione Ue nel marzo 2026 e tra i pilastri del Clean industrial Deal - introdurrà criteri di preferenza per la produzione europea negli appalti e negli schemi di sostegno dei settori strategici, aprendo di fatto una competizione tra Stati membri per localizzare nei rispettivi territori le filiere in formazione. «I Paesi che per primi industrializzeranno le proprie eccellenze tecnologiche - prosegue Cuppoloni - avranno la possibilità di occupare quote di un mercato interno all’Unione in via di strutturazione. Prepararsi già da ora è quindi una condizione fondamentale per non subire passivamente questo riassetto». Come? Con una serie di azioni per trasformare gli investimenti attuali in scala industriale e adottare una filiera del cleantech made in Italy.

Da qui otto proposte in tre principali ambiti: spronare il mondo della finanza, accelerare i permessi e facilitare l’adozione tecnologica. «Tra tutti - conclude - il nodo dei finanziamenti è quello prioritario. Muoversi ora è fondamentale».

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