Teatro alla Scala, la Prima con «Don Carlo» rinnova un fascino unico
Nessun teatro del mondo è finora riuscito a inventarsi un’attesa pari a quella che da almeno settant’anni circonda la Prima della Scala
di Carla Moreni
3' di lettura
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Non è campanilismo, e nemmeno provinciale vanagloria, ma davvero, nessun teatro del mondo è finora riuscito a inventarsi un’attesa pari a quella che da almeno settant’anni circonda la Prima della Scala.
Non c’è Londra, Parigi, Vienna, Madrid, New York, capace di tenere il confronto: attenzione, non sempre sui risultati. Ma certamente nelle attese. Il fascino dell’apertura del Teatro milanese rimane.
A ogni 7 dicembre si conferma puntuale. Inutile cercare di sfuggirgli. Perde chi fa il neghittoso o chi lo fugge, sostenendo che in fondo chi se ne importa, si tratta solo di un’opera in musica. Perché al contrario di momento simbolico si tratta. Occasione dove le parole bellezza, tecnica, libertà formano una triade preziosa, che ogni volta ci vengono riconsegnate. Dalla grande storia di ieri per essere traghettate al domani. La Prima della Scala è il giro di boa necessario per il compiersi di questo rito.
Ma dunque in concreto cosa ci aspettiamo dall’inaugurazione di stasera? Don Carlo è il titolo più impegnativo per Riccardo Chailly, rispetto ai precedenti. Complesso in orchestra, insidioso già in attacco con i corni, ma soprattutto sotto il profilo teatrale. La drammaturgia chiede compattezza, laddove i protagonisti della partitura di Verdi sono più numerosi del solito e tutti giganteschi: due donne e quattro uomini, nel buio e nello sfarzo della corte di Spagna del Cinquecento.
Aristocratiche e tanto diverse per temperamento, Elisabetta di Valois, da poco Regina di Spagna, e la Principessa d’Eboli, sono legate da una trama vischiosa. L’una promessa a Carlo, figlio del Re, in un gioco da bambini nei giardini di Fontainebleau, aveva dovuto chinare il capo e sposarne il padre, Filippo II; Eboli di questi era diventata l’amante. La corda amorosa, in quest’opera è solo loro. Approderà per entrambe al disincantato ed eroico pessimismo di «O don fatale», per Eboli, e di «Tu che le vanità», per Elisabetta.







