Il diritto tributario

Tcf, controlli e processi:l’attività dei tributaristi al centro della riforma

Dalla cooperative compliance alle banche dati «intelligenti»: la legge delega e lo sviluppo del digitale incidono sulle richieste di assistenza

di Dario Aquaro

(Illustrazione di Jacopo Rosati)

3' di lettura

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La cooperative compliance, con il raggio d’azione ampliato e l’obbligo di certificare il tax control framework (Tcf). I controlli, con l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale nelle verifiche preventive e la spinta alla regolarizzazione spontanea. Il contenzioso, con la digitalizzazione del processo e la revisione della geografia delle Corti. Senza dimenticare la neutralità fiscale delle operazioni di aggregazione e riorganizzazione degli studi, la nuova disciplina della crisi d’impresa o il riordino normativo nei testi unici.

La riforma fiscale incide per diverse vie sull’attività degli avvocati tributaristi. Tra i vari fronti aperti dalla legge delega 111/2023 e dai decreti attuativi, però, l’impatto sulla professione risalta in particolare in tre ambiti: adempimento collaborativo, modalità di accertamento, gestione delle liti.

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La delega ha innanzitutto ridato slancio alla cooperative compliance, per un nuovo rapporto di collaborazione tra imprese e Fisco. «Un rapporto che non tocca in sé la figura dell’avvocato esterno, perché riguarda le grandi aziende dotate di modelli organizzativi propri per la segnalazione del rischio fiscale. Ma che per i tributaristi apre grandi spazi nella certificazione del sistema di gestione e controllo di questo rischio fiscale, cioè del Tcf», osserva Gaetano Ragucci, presidente Anti (Associazione nazionale tributaristi italiani). «È l’espressione di un’attività che non si ferma alla consulenza preventiva e all’assistenza al contenzioso, ma che richiede competenze trasversali e capacità organizzative interdisciplinari». E che è destinata ad allargarsi in vista del progressivo abbassamento della soglia di ingresso alla compliance, ora fissata a 750 milioni di affari o ricavi, che scenderà a 500 milioni per il 2026-2027 e 100 milioni di euro dal 2028.

«Mentre “dal basso” si affinerà il disegno e l’efficacia del concordato preventivo biennale, anche grazie al continuo afflusso di dati», spiega Ragucci. Che aggiunge: «Il rafforzamento dei database del Fisco, quando porta a riscontri puntuali, è sicuramente positivo, con tutte le conseguenze in termini di impulso alla regolarizzazione spontanea e chance di definizione agevolata. Mentre il pericolo viene sempre dall’uso di metodologie statistiche probabilistiche e criteri stocastici che possono portare a risultati opinabili. Per il momento, il contraddittorio è stato invece deludente, per il grande numero di eccezioni che non lo prevedono, e per il modo in cui è attuato, che non è sempre tale da renderlo informato ed effettivo».

Con la crescente mole di informazioni che sono confluite e confluiscono nei database, l’agenzia delle Entrate ha risorse imponenti per poter fotografare con precisione le diverse situazioni reddituali di cittadini e imprese. Un armamentario ancora inutilizzato a pieno, ma le cui potenzialità spingono gli avvocati a interrogarsi sullo sviluppo degli strumenti di difesa. A partire da un punto: quali dati vengono usati e come. È l’interrogativo sottolineato già da tempo dall’Uncat, l’Unione nazionale delle Camere degli avvocati tributaristi, in merito alla sicurezza delle banche dati e alla tutela della privacy.

La richiesta di servizi legali evolve – certo – in funzione del diritto (nel quadro europeo). Ma anche dell’impatto digitale: e qui l’attenzione è ovviamente concentrata sull’uso dell’intelligenza artificiale (Ia) per potenziare l’attività del Fisco, come previsto dalla legge di riforma.

«Bisogna limitare l’utilizzo di sistemi di Ia troppo invasivi nella sfera privata dei contribuenti, basati anche sui dati pubblicamente disponibili, come quelli social – avverte Gianni Di Matteo, presidente Uncat. – Si pone quindi il problema di avere un garante nell’uso della Ia per le verifiche preventive e di prevedere dei pari strumenti difensivi».

Chiaro il continuum con le questioni processuali. È vero che il futuro della professione appare sempre più sganciato dal processo, “sgonfiato” in prospettiva dallo sviluppo dell’adempimento collaborativo e dai vari istituti deflattivi. Però il contenzioso resta una parte importante ed è inevitabile sollevare qualche critica alla sua riforma. «Il processo tributario, dove la prova per testimoni è subordinata all’ammissione da parte del Collegio giudicante e quindi poco utilizzata, continua a essere fortemente influenzato dalle presunzioni fiscali», afferma Di Matteo.

Per gli avvocati è assolutamente prioritaria l’udienza pubblica, lasciando la soluzione da remoto alla scelta della difesa. Bene il contraddittorio nella fase istruttoria e l’arrivo di una magistratura finalmente professionale, ma restano “perplessità” sulla revisione della geografia giudiziaria tributaria. L’attuale proposta sul tavolo prevede l’accorpamento dei due terzi delle sedi oggi esistenti, che passerebbero da 103 a 39. «La digitalizzazione del processo – ammonisce Di Matteo – non basta a compensare il sovraccarico delle Corti residue, con il conseguente rallentamento della giustizia. Non viene affrontato il nodo dell’alta incidenza del contenzioso in alcune aree, che rivela una geografia fiscale disomogenea».

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