Consiglio Ambiente

Target climatici, i ministri dell’Ambiente Ue cercano intesa sulla flessibilità

Sul tavolo dei 27 la Legge Clima 2040, in particolare la percentuale di tagli delle emissioni conseguibile in Paesi terzi e l’ipotesi di una verifica della legislazione ogni due anni

Dal nostro corrispondente Beda Romano

Una veduta aerea  del parco eolico offshore di Saint-Nazaire, al largo della costa della penisola di Guérande, nella Francia occidentale

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BRUXELLES – A qualche giorno dal vertice di fine ottobre, tocca ora ai ministri dell’Ambiente mettere nero su bianco il nuovo atteggiamento europeo in campo ambientale, più flessibile e meno gravoso. Sul tavolo della riunione di martedì 4 novembre ci sarà la cosiddetta Legge Clima per il 2040. I ministri saranno chiamati a trovare un accordo sulla loro posizione negoziale con cui affrontare la trattativa con il Parlamento. L’esito della riunione resta molto incerto.

I capi di Stato e di governo hanno deciso di allentare le condizioni di mercato, senza modificare gli obiettivi proposti dalla Commissione europea: un taglio entro il 2040 delle emissioni nocive del 90% rispetto ai dati del 1990. Nelle conclusioni del summit i Ventisette hanno convenuto «l’importanza di contribuire allo sforzo globale di riduzione delle emissioni in modo ambizioso ed efficiente in termini di costi, in particolare definendo un livello adeguato di crediti internazionali di alta qualità».

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Spiega un diplomatico della presidenza danese dell’Unione europea: «Riteniamo che tutti gli ingredienti necessari per raggiungere un accordo siano presenti. Conosciamo le posizioni degli Stati membri e disponiamo di orientamenti chiari provenienti dai massimi livelli politici». Con l’avvicinarsi della conferenza internazionale sul clima COP30, in Brasile a partire da lunedì prossimo, «è giunto il momento di concordare l’obiettivo per il 2040».

Il negoziato tra i Paesi membri è acceso. Tutti sono d’accordo per introdurre flessibilità, ma non vi è intesa su quanta flessibilità adottare. A suo tempo, la Commissione europea aveva previsto che il 3% delle riduzioni delle emissioni nocive poteva avvenire in Paesi terzi (i cosiddetti crediti internazionali). Si discute se e di quanto aumentare questa percentuale. «In questo momento, non vi è maggioranza qualificata a favore di un aumento», fa notare un diplomatico nazionale.

Nel contempo, la presidenza danese ha anche proposto di aprire la porta a una verifica della legislazione ogni due anni. Molti Paesi membri sono d’accordo, visti i rapidi cambiamenti internazionali. Si discute però sul reale spazio di manovra al momento della verifica. Questo aspetto non è banale perché potrebbe mettere in dubbio la certezza del diritto e quindi generosi investimenti in campo ambientale. Ammette un diplomatico nazionale: «A rischio è la prevedibilità della legislazione».

Sul tavolo c’è un testo legislativo che nei fatti influenzerà la transizione ambientale, i prezzi energetici, la competitività dell’industria nei prossimi 15 anni. «C’è chiaramente tra i Paesi membri una forte volontà di avere una maggioranza qualificata intorno a un testo condiviso. Ma non abbiamo alcuna garanzia che saremo in grado di ottenerla», spiega un diplomatico nazionale, ricordando che la decisione deve avere il benestare del 55% dei Paesi, pari al 65% della popolazione.

Sempre i ministri dell’Ambiente dovranno anche mettersi d’accordo sullo sforzo da effettuare da qui al 2035. Secondo una dichiarazione d’intenti pubblicata in settembre, le emissioni nocive dovrebbero scendere tra il 66,25 e il 72,50% entro la metà del prossimo decennio. In questo caso c’è bisogno dell’unanimità dei Ventisette. «Se arrivassimo in Brasile senza nulla in mano – ammette un diplomatico europeo - a essere penalizzata sarebbe la credibilità europea in campo ambientale».

Più in generale, il momento politico non è banale. L’Unione europea vuole declinare un nuovo equilibrio che associ sensibilità ambientale e competitività economica, in un contesto politico nel quale i partiti più estremisti stanno cogliendo l’insofferenza di molti cittadini nei confronti di politiche ambientali ritenute troppo costose. Riassume un negoziatore nazionale: «L’ago della bilancia si è chiaramente spostato. L’alternativa ormai è tra una legislazione meno ambiziosa e nessun obiettivo climatico».

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