Ambiente

Taranto, mancano 600 milioni per tutte le bonifiche da realizzare

Il commissario Uricchio stima il fabbisogno e indica tre linee di finanziamento: Fondo di coesione, Just Transition fund e Contratto istituzionale di sviluppo

di Domenico Palmiotti

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La partenza dell’ultimo carico di fusti tra radioattivi e rifiuti pericolosi dal deposito ex Cemerad alle porte di Taranto (ne erano stoccati 16mila, ci sono voluti dieci anni, con alcune interruzioni, un commissario di Governo, Vera Corbelli, e una spesa di 18 milioni) non chiude il discorso delle bonifiche ambientali nella città pugliese. Anzi, è più che mai aperto e incrocia tre diversi fronti. Il primo attiene a tutte le aree del perimetro urbano, dal rione Tamburi, vicino all’acciaieria ex Ilva, al Mar Piccolo; il secondo riguarda la nuova perimetrazione del Sito di interesse nazionale (Sin) che comprende aree a terra e a mare; il terzo, infine, le aree esterne al siderurgico, non oggetto di cessione ad ArcelorMittal nel 2018, e la decontaminazione all’interno della fabbrica.

Tre fronti, quindi, e anche molto estesi, che per le competenze richiamano un altro commissario di Governo (Vito Felice Uricchio, responsabile per la bonifica dell’area di Taranto, in carica da marzo 2024) e le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia, due società distinte in mano a commissari del Mimit, per l’esterno e interno fabbrica. Ma il punto critico non è tanto la pluralità di soggetti in campo, quanto la limitata disponibilità di risorse per progetti così impegnativi.

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Cemerad è un capitolo chiuso. Adesso c’é solo da riqualificare l’area tra Statte e Taranto dandole una nuova vita e per questo ci sono 2 milioni a disposizione ottenuti dal commissario Corbelli. Non altrettanto può dire il commissario Uricchio che ha stimato in circa 600 milioni il fabbisogno necessario per mandare avanti gli interventi in sospeso. Uricchio conta di poter attingere a tre canali di finanziamento: il Fondo di sviluppo e coesione, dove la Puglia, con l’accordo di novembre con il Governo, ha ottenuto circa 6 miliardi tra 4,3 in quota Fsc e 1,7 del Fondo operativo complementare; il Just Transition Fund (JTF) che per transizione e riconversione assegna a Taranto una dote di quasi 800 milioni; infine, la riattivazione del Contratto istituzionale di sviluppo, il Cis Taranto introdotto nel 2015 con una legge.

Sulla carta, le risorse ci sarebbero, nella realtà, invece, la situazione si presenta più complicata perché dal Fsc non é ancora chiaro quanto potrebbe arrivare, anzi pare che le risorse non siano molte. A valere sul JTF il commissario Uricchio ha candidato sette progetti, ma nella fase che precede l’approvazione del piano per Taranto da parte dell’Autorità nazionale di gestione, solo due hanno ottenuto l’ok: filiere verdi e riqualificazione ambientale delle coste di Mar Piccolo e Mar Grande per un totale di circa 75-76 milioni. Le filiere verdi sono così spiegate da Uricchio: «Intervenire utilizzando piante che possono bonificare il suolo e allo stesso tempo, bonificando, produrre economia ed occupazione». Uricchio inoltre sta lavorando anche alla revisione del Sin facendone uscire le aree non più inquinate. Un primo svincolo da parte del Mase c’é stato con un decreto: “liberate” aree retroportuali, il 2% di tutto il Sin Taranto, i cui confini erano cristallizzati da 20 anni.

Relativamente al Cis Taranto, invece, c’è anzitutto da ripristinarlo, visto che il tavolo istituzionale non si riunisce dall’autunno 2022, anche se il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha assicurato il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che si è al lavoro insieme al ministro per la Coesione e il Sud, Tommaso Foti, per riattivarlo. Secondo dati recenti forniti dal ministro per l’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, il Contratto di sviluppo ha previsto 151 interventi per un valore di 1.540 milioni, di cui 833 a carico del Fondo sviluppo e coesione, e in quest’ambito per l’ambiente sono stati effettuati interventi per quasi 89 milioni di cui 40 con risorse Fsc 2014-2020.

Non facile anche il fronte esterno ed interno al siderurgico. Qui in partenza le risorse c’erano, costituite dal miliardo e 164 milioni fatto rientrare anni fa in Italia dai Riva (proprietari e gestori dell’acciaieria prima del commissariamento avvenuto nel 2013), messe nel cosiddetto patrimonio destinato e spese sia per la bonifica delle aree esterne che per la decontaminazione di quelle interne (le somme per quest’ultime girate da Ilva ad AdI). Al 31 gennaio scorso, su 1,164 miliardi totali, all’ambiente e alle spese connesse erano andati 410 milioni. In virtù di una serie di decreti legge, l’amministrazione straordinaria di Ilva ha dovuto soccorrere quella di Acciaierie d’Italia affinché continuasse ad operare e risultano versati 410 milioni arrivati dal patrimonio destinato. Adesso Ilva in as ha previsto una spesa di 118 milioni per il 2025 per portare avanti le diverse attività. Il fatto che siano state dirottate risorse dalla bonifica alla continuità produttiva ha già sollevato proteste e il Mimit si è impegnato a reperire nuovi mezzi.

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