Industria

Tappi attaccati alle bottiglie, costi in crescita per le aziende

Plastica. Le nuove chiusure sono aumentate di costo e richiedono un cambio delle linee produttive Fortuna (Mineracqua): la direttiva contiene un paradosso frutto di una visione ideologica della sostenibilità

di Sara Deganello

FIn vigore. Dal 3 luglio è entrata in vigore la parte della direttiva Ue sulla plastica monouso che impone agli Stati membri di immettere sul mercato contenitori  solo se i tappi e i coperchi restano attaccati

3' di lettura

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Tappi attaccati alle bottiglie obbligatori dal 3 luglio 2024: è entrata infatti in vigore la parte della direttiva europea sulla plastica monouso (Sup: single use plastic) che impone agli Stati membri di immettere sul mercato «contenitori per bevande con una capacità fino a tre litri, vale a dire recipienti usati per contenere liquidi, per esempio bottiglie per bevande e relativi tappi e coperchi, nonché imballaggi compositi di bevande e relativi tappi e coperchi [...] solo se i tappi e i coperchi restano attaccati ai contenitori per la durata dell’uso previsto del prodotto». La Sup, direttiva europea 904 del 5 giugno 2019 sulla «riduzione dell’incidenza di determinati prodotti in plastica sull’ambiente», è stata infatti recepita in Italia con il dl 196/2021.

Le aziende, anche quelle lombarde, sono state costrette a conformarsi alla normativa, comprese le industrie delle acque minerali, che gestiscono la parte dell’imbottigliamento finale. «Abbiamo dovuto adeguare parte degli impianti, con relativi costi. Si è trattato di modifiche di macchine esistenti per ogni linea di produzione, per esempio nella parte delle canaline di discesa dei tappi e delle testine tappatrici», conferma Luca Bordogna, amministratore delegato di Bracca Acque Minerali, azienda di base a Zogno (Bergamo) che dai due stabilimenti l’anno scorso ha fatto uscire 460 milioni di bottiglie, l’85% di plastica e il 15% di vetro.

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«Abbiamo iniziato a gestire la problematica già a fine 2023, fatto i primi test produttivi all’inizio del 2024 e da qualche mese siamo a regime su tutti i formati. I costi sono aumentati: oltre a quelli di adeguamento della linea, dobbiamo infatti rifornirci di tappi che costano più di prima. Gli stessi produttori di tappi hanno dovuto cambiare le macchine. In un periodo come quello attuale in cui l’inflazione è in continuo aumento è evidente che ulteriori aggravi sui costi hanno impatti negativi sia sulle aziende che sui consumatori», testimonia Bordogna. L’imprenditore solleva qualche dubbio sulla finalità della direttiva europea: «Personalmente sono ancora scettico sulla scelta, vedremo col tempo quali effetti avrà sull’ambiente. È evidente che la gente dovrà abituarsi a utilizzare in modo diverso le bottiglie. Riceviamo in questi primi mesi mail dai consumatori scontenti del nuovo tappo. Se lo scopo è non disperderlo nell’ambiente, il vero punto è educare la gente allo smaltimento corretto dei rifiuti». I tappi sono realizzati di solito in materiali diversi dal Pet delle bottiglie e quindi dopo la raccolta e la selezione prenderanno potenzialmente strade diverse per il riciclo.

Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, l’associazione che riunisce le aziende del settore, conferma lo scettismo: «Questa direttiva contiene un paradosso frutto di una visione ideologia e non scientifica della sostenibilità e lo dice chi rappresenta un’industria che investe da decenni e continua a farlo nella riduzione del proprio impatto ambientale. In Italia, ad esempio, abbiamo le bottiglie in Pet più leggere d’Europa, frutto di anni di investimenti in ecodesign e alta tecnologia, che hanno comportato la riduzione del peso (lightweighting). Negli ultimi 15 anni, a fronte di un aumento dei volumi del mercato di circa il 35-40%, immettiamo in commercio la stessa quantità di plastica»

C’è anche un altro tema che avrà conseguenze sulle aziende e su cui le associazioni di categoria della plastica già si sono fatte sentire: l’obbligo di inserire quantità di materiale riciclato nei nuovi contenitori in plastica previsto dal nuovo regolamento imballaggi (Ppwr), votato dal Parlamento europeo ad aprile. Nello specifico, a partire dal 1° gennaio 2030, «calcolato come media per stabilimento e anno», dovrà essere il 30% per gli imballaggi sensibili al contatto (compreso quello alimentare) in Pet, il 10% per quelli sensibili al contatto in materiali diversi dal Pet, il 30% per le bottiglie in plastica monouso, il 35% per tutti gli altri imballaggi. Dal 2040 il contenuto minimo riciclato aumenterà. Questi nuovi obiettivi di utilizzo di materiale derivante da post-consumo ritoccano e ampliano quelli già contenuti nella direttiva Sup che impone che a partire dal 2025 – e quindi già dall’anno prossimo, con adeguamenti più urgenti – almeno il 25% del peso delle bottiglie in Pet vendute in un anno in Italia sia in Pet riciclato.

«Due sono i motivi di preoccupazione. Il primo: è la scarsità di prodotto, attualmente la disponibilità e già bassa, l’aumento della domanda creerà problemi di approvvigionamento. Il secondo punto è il costo. Il Pet riciclato costa almeno il 40% in più rispetto al vergine. Se dobbiamo adeguarci dal 2025 lo faremo, ma manca su questo un’assoluta tranquillità», conclude Bordogna.

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