Il 7 marzo la London Bullion Market Association (Lbma) ha privato le raffinerie russe – sei in tutto – del “marchio” Good Delivery, sia pure salvaguardandolo per i lingotti già in circolazione a quella data, per non penalizzare chi li possiede. E anche il Cme Group, che controlla il Comex, non accetta più oro russo in consegna a fronte di contratti futures.
Le scappatoie dalle sanzioni
Rimane la scappatoia dello Shanghai Gold Exchange, ma non per grandi volumi. E comunque anche la Cina è diventata molto cauta nel fare affari con Mosca, quanto meno alla luce del sole.
È probabile che la Russia riesca comunque a vendere – o eventualmente svendere – il suo oro nel momento in cui avrà la necessità di farlo, ma le maglie delle sanzioni si stanno stringendo al punto che potrebbe non avere altre possibilità se non muoversi nell’ombra, compiendo transazioni clandestine con governi o società compiacenti. Proprio come hanno fatto in passato altri Paesi sotto sanzioni, come l’Iran o come il Venezuela, che durante il regime di Hugo Chàvez e poi di Nicolàs Maduro ha subito un tracollo economico tale da perdere quasi per intero le riserve auree che aveva messo da parte.
Mosca in realtà non sembra ancora arrivata a un simile livello di disperazione: l’export di combustibili continua a garantirle entrate di valuta pregiata (anche se il Cremlino ora vuole pagamenti in rublo per il gas) e il fondo sovrano continua a darle ossigeno.
Almeno ufficialmente, Bank Rossii oggi non sta vendendo, ma comprando oro. Dopo aver interrotto l’accumulo di riserve auree nell’aprile 2020, lo scorso 28 febbraio la banca centrale ha comunicato la ripresa degli acquisti, come sempre sul mercato locale. La Russia, colosso minerario, è anche il secondo produttore aurifero al mondo, superata solo dalla Cina.