Industria e ambiente

Sughero, la battaglia delle imprese per il riciclo dei tappi

L’Italia detiene il 10% della produzione mondiale. Un settore di nicchia ma dal grande potenziale, in attesa delle norme sul riciclo

di Giovanna Mancini

3' di lettura

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«Esistono pochi materiali più sostenibili del sughero a livello industriale: questo legno proviene dalle foreste di sughera del Mediterraneo, che contribuiscono a stoccare anidride carbonica - 73 tonnellate di CO2 per ogni tonnellata di sughero - e i prodotti trasformati non sono trattati, se non con un rivestimento in silicone, nel caso dei tappi, per poterli inserire nelle bottiglie. È una pianta spontanea, che ogni dieci anni in Italia può essere decorticata e poi si rigenera, quindi non implica né abbattimento alberi né sfruttamento della risorsa, ma anzi è un sistema che permette alla pianta di rigenerarsi, anche fino a 250 anni».

Alessandro Canepari è titolare della Mureddu Sugheri, che dal 1938 produce tappi per bottiglie in questo materiale, ed è anche responsabile del Gruppo Sughero all’interno di Assoimballaggi, a sua volta associata a FederlegnoArredo, in rappresentanza di un settore di nicchia (la produzione nazionale ha un valore di 270 milioni di euro, generato da poco più di 200 aziende e un migliaio di lavoratori), ma fondamentale per l’industria del vino e distintivo del nostro Paese, che da solo produce e trasforma circa il 10% del sughero commercializzato a livello globale, alle spalle di Spagna e Portogallo, che detengono il 70% della produzione, e davanti a Maghreb e Francia.

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Potenzialità inespresse

Un settore che potrebbe avere potenzialità ben più grandi se soltanto si sciogliessero alcuni nodi burocratici che ne ostacolano lo sviluppo, a cominciare dalla questione del riciclo. Il sughero, spiega Canepari è, o meglio sarebbe, un esempio perfetto di materiale riciclabile, essendo completamente naturale e avendo moltissime possibilità di trasformazione una volta rigenerato, ad esempio nel campo dell’edilizia (come isolante acustico e termico), del design e del calzaturiero.

Ambiti in cui viene già utilizzato - sebbene marginalmente rispetto alla produzione di tappi - ma che potrebbero svilupparsi in maniera significativa se venissero varate norme a livello di sistema (italiano e ancor più europeo) per autorizzarne e garantirne il riciclo, cosa che oggi non avviene per motivi «meramente burocratici», aggiunge l’imprenditore. Oltre che economici, dato che l’organizzazione della raccolta e lo smistamento dei tappi utilizzati (a oggi prevista e regolamentata solo in alcuni Comuni italiani) comporta comunque costi elevati.

«Se però riuscissimo a innescare un meccanismo virtuoso di produzione, utilizzo, riciclo, rigenerazione e riutilizzo, ci sarebbero importanti ricadute economiche, a livello di sistema, che ammortizzerebbero i costi - osserva Canepari -. Ogni anno si producono nel mondo circa 18 miliardi di tappi di bottiglia, di cui più di 12 sono in sughero: pensi a quante cose si potrebbero fare e quanti posti di lavoro si potrebbero generare, se riuscissimo a riciclare quei 12 miliardi di tappi».

Le richieste delle imprese

In questa direzione vanno dunque le richieste delle associazioni degli imprenditori, che nel frattempo hanno iniziato anche un percorso di collaborazione con il Consorzio italiano compostatori: già oggi, infatti, alcuni Comuni prevedono lo smaltimento del sughero nel compost, sebbene, trattandosi di legno, i tempi di degradazione siano piuttosto lunghi. L’obiettivo delle imprese è estendere questa possibilità al maggior numero possibile di Comuni, in attesa comunque di una norma a livello centrale che ne consenta il riciclo.

La concorrenza dei tappi in plastica

Anche perché, nell’eterna fucina di paradossi dell’Unione europea, si pone ora un problema di concorrenza: mentre infatti i tappi in sughero sono considerati “rifiuto”, quelli in plastica sono viceversa catalogati come riciclabili nella plastica. Questo comporta un doppio problema, osserva Canepari: «Da una parte abbiamo un materiale chimico, come la plastica, che si presenta come più ecologico rispetto a un materiale naturale, come il sughero, e fa leva su questo aspetto a cui le persone sono sempre più sensibili. Dall’altra abbiamo un problema di cattiva informazione nei confronti dei consumatori». I tappi in plastica sono infatti spesso realizzati in modo da somigliare a quelli in sughero e questo può ingenerare confusione e comportare un errato smaltimento da parte dei consumatori che, laddove il proprio Comune di appartenenza lo consenta, potrebbero gettare nel compost questi prodotti in plastica. Esiste infatti un codice, sui tappi, che ne identifica il materiale di realizzazione, ma difficilmente un privato cittadino è in grado di riconoscere il significato di tali codici.

«Se ci fossero le condizioni normative e di conseguenza logistiche per una raccolta dedicata, potremmo avere risultati molto importanti - conclude Canepari -. Parliamo di miliardi di tappi da riciclare nel mondo che, a cascata, metterebbero in funzione catene produttive virtuose. Oggi infatti non c’è una grande disponibilità di materiale, ma un domani si potrebbero fare molti più prodotti in sughero, innescando un circuito virtuoso».

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