La guerra

Sudan, rimpallo di accuse con l’Etiopia. Blitz Usa su sanzioni Eritrea

I militari imputano ad Addis Abeba e Abu Dhabi un ruolo negli ultimi blitz aerei su Khartoum, con il rischio di allargare (ulteriormente) il conflitto

dal nostro corrispondente Alberto Magnani

L’attacco via drone sull’aeroporto di Khartoum Reuters

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NAIROBI - Il governo militare sudanese ha accusato formalmente Etiopia ed Emirati arabi uniti di coinvolgimento negli attacchi via drone sferrati sul Paese, inclusi quelli a danno dell’aeroporto della capitale Khartoum. L’affondo sta scatenando un’escalation dialettica sempre più accesa fra Khartoum, Corno d’Africa e Golfo, ora intricata ancora di più dal blitz diplomatico di Donald Trump con la rimozione della sanzioni all’Eritrea.

In una conferenza stampa, il ministro degli Esteri Mohieddin Salem e il portavoce dell’esercito Asim Awad Abd al-Wahab hanno parlato di «prove definitive» sul lancio di quattro droni dalla base etiope di Bahir Dar, imputando ad Adu Dhabi la fornitura dei velivoli.

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Il governo ha richiamato per consultazioni il suo ambasciatore da Addis Abeba e minaccia di essere pronto a «tutti gli scenari», incluso un confronto bellico diretto con i due Paesi sotto accusa. «Non intendiamo sferrare un attacco contro nessun Paese, ma chiunque ci attacchi riceverà una risposta», ha dichiarato il ministro al-Din Salem nell’incontro con i giornalisti. L’Etiopia ha respinto gli addebiti e accusato il governo sudanese di foraggiare i ribelli tigrini che operano nel nord del Paese e sono stati combattuti da Addis Abeba nei due anni di conflitto fra 2020 e 2022.

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La guerra in Sudan è scoppiata il 15 aprile del 2023 ed è appena entrata nel quarto anno di ostilità, lievitando fino alle dimensioni della «peggiore crisi umanitaria» registrata dalle Nazioni unite.

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati parla di quasi 12 milioni di sudanesi costretti a lasciare la propria abitazione e confluiti fra gli sfollati interni ed esterni al Paese, mentre i bilanci delle vittime oscillano fra “minimi” di alcune decine di migliaia e fonti statunitensi che alzano l’asticella nell’ordine delle centinaia di migliaia.

Il conflitto è nato dai dissidi fra i due generali al-Burhan e Mohammed Dagalo detto «Hemetti», il piccolo Maometto, rispettivamente alla testa dell’esercito regolare e dei paramilitari delle Rapid support forces. Gli scontri sono iniziati a Khartoum e dilagati nel resto del terzo Paese africano per dimensioni, creando una spaccatura de facto del Sudan fra il sud-ovest sotto il controllo dei paramilitari e un centro-est amministrato dall’esercito regolare. Oggi i combattimenti si concentrano soprattutto sulle regioni di Kordofan e Nilo azzurro, con una crescita robusta nel ricorso ai droni. L’ultimo blitz aereo ha colpito il 4 maggio lo scalo aeroportuale di Khartoum, infrangendo la - relativa - quiete ch aveva avvolto la capitale negli ultimi mesi.

Le accuse formulate dalle autorità militari non sono inedite. Il governo ha già contestato agli Emirati il sostegno ai paramilitari delle Rsf, un’accusa confluita nella causa per «complicità» nel genocidio della popolazione nera del Darfur alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja (Paesi Bassi).

Una inchiesta di Reuters e uno studio dell’università statunitense di Yale hanno documentato il coinvolgimento dell’Etiopia del leader Abiy Ahmed, svelando l’addestramento di truppe Rsf nei confini nazionali e le forniture logistiche a favore delle milizie.

L’affondo del ministero può accelerare l’escalation, aumentando un rischio già prospettato da alcuni analisti: l’espansione del conflitto su scala regionale, chiamando in causa attori che hanno agito soprattutto per procura. Uno degli orizzonti più temuti era quello di un’espansione a ovest, oltre i confini di un Ciad già permeabile ai flussi migratori in arrivo dal Sudan. Le scintille diplomatiche di oggi potrebbero orientarlo più a est, verso Corno d’Africa e Golfo.

Le tensioni innescate dallo j’accuse sudanese rappresentano un «passaggio importante» e possono «acuire la polarizzazione regionale» spiega Federico Donelli dell’Università di Trieste. Da un lato, dice Donelli, si rafforza la «percezione» di un asse fra Emirati ed Etiopia, con «Israele sullo sfondo». Dall’altro si può consolidare la sintonia fra Sudan ed Egitto, in chiave sicuritaria e sullo sfondo di ulteriori attori come Gibuti, Arabia Saudita e la stessa Eritrea fresca dell’alleggerimento sanzionatorio dagli Usa. La prospettiva, dice Donelli, è comunque quella di alleanze fluide, capaci di «rendere più difficile una soluzione politica e aumentando la possibilità di escalation nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso».

Alle origini resta il dissidio fra Sudan ed Etiopia, ora avviato verso un’escalation allarmante. «Entrambe le parti ritengono che l’altra stia sostenendo i propri avversari armati. La guerra in Sudan sta diventando sempre più difficile da contenere all’interno dei confini nazionali».

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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