Succession, Trono di Spade e le famiglie imprenditoriali
familyandtrends ha poca dimestichezza con le serie televisive e con la televisione in generale, ma ha dovuto dare un’occhiata a Succession di HBO perché spesso richiamata negli incontri con le famiglie imprenditoriali.
4' di lettura
4' di lettura
familyandtrends ha poca dimestichezza con le serie televisive e con la televisione in generale, ma ha dovuto dare un’occhiata a Succession di HBO perché spesso richiamata negli incontri con le famiglie imprenditoriali.
Succession non ha molti insegnamenti per le imprese familiari, neanche nelle cose da non fare: il salto dello squalo, il momento in cui una serie raggiunge un punto di decadimento dopo il quale perde di qualità, arriva alla seconda puntata. Il patriarca Logan, dopo aver indicato uno dei figli come successore, si tira indietro, cerca di cambiare la governance e ha un ictus. In assenza del fondatore e capo dell’azienda e senza un piano di crisi predisposto, il sistema decisionale è lasciato ad un consiglio di amministrazione che attende istruzioni da qualcuno invece di avere un ruolo. I quattro fratelli, che non si sa bene in base a quale potere debbano dare istruzioni, non riescono a trovare un accordo. Kendall, il successore indicato e poi esautorato, viene proposto con poca convinzione come ad interim CEO (Chief Executive Officer) dopo aver dovuto fare concessioni senza logica a due fratelli: Roman diventa COO (Chief Operating Officer, non si capisce come mai in questo caso non sia ad interim); Tom, il fidanzato di Shiv, la sorella di Kendall, prende la guida della business unit Parks & Cruises.
A questo punto, anche se siamo alla seconda puntata della prima stagione, la serie, almeno per quello che può interessare ad un esperto di imprese familiari, è finita: non c’è un sistema per prendere buone decisioni, dicesi governance, non c’è un piano di continuità per i momenti di crisi e ci sono quattro fratelli che di fronte alla crisi non decidono. Questi sono elementi più che sufficienti per dichiarare la famiglia imprenditoriale inadeguata ad essere una buona proprietaria della sua impresa; la serie va poi avanti stancamente sino alla fine evidente già dalla seconda puntata: il fondatore muore mentre cerca di vendere l’azienda, i figli finiscono per vendere, il fidanzato di Shiv diventa CEO per scelta di un nuovo proprietario per gestire una presumibile integrazione. Il tutto con una traduzione in italiano scadente: l’azienda viene chiamata “compagnia” e il comitato nomine del CdA, “commissione”.
Una cosa interessante in Succession però c’è: i fatti descritti si svolgono nell’arco di 3/5 anni, in contesti del genere è un periodo enorme che cambia le persone, le cambia, di solito le fa emergere o sparire. In Succession i personaggi restano sorprendentemente uguali a sé stessi, come se la necessità narrativa dovesse tenerli fermi in un giorno che si ripete continuamente ed in cui loro, sempre uguali a se stessi, aspettano agitandosi l’inevitabile fine decisa alla seconda puntata.
Se si vuole vedere una serie che possa dare qualche riflessione rispetto alle aziende familiari, familyandtrendssuggerisce Trono di Spade, dove una famiglia, quella degli Stark del Nord, vede sei figli che crescono con percorsi difficili che li rendono migliori o li portano a fallire, percorsi in cui diventano grandi facendo leva sulle loro attitudini messe al lavoro nei fatti della vita. Rickon, l’unico che non intraprende questo percorso, rimanendo selvaggio e senza svilupparsi, muore; tre diventano re o regine del Nord (Robb, Sansa, Jon), uno Re dei Sei/sette regni (Bran) e una (Arya) dopo aver salvato il mondo libero dal cavalliere dei morti conquista la sua autonomia e soddisfa il suo spirito di avventura andando ad esplorare l’Est, dove le carte finiscono.









