Studiare tanto per essere insostituibili, questa è la vera sfida per i giovani
I nostri ragazzi non faranno la differenza se avranno imparato a utilizzare un software, ma se sapranno capire cosa c’è dentro e dietro quel software
di Lorenzo Cavalieri *
3' di lettura
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I genitori italiani scelgono bene, nonostante qualcuno storca il naso. «Il Sole 24 Ore» ha recentemente pubblicato una ricerca che dimostra, nonostante la sensibilizzazione crescente sul valore delle scuole tecniche e professionali, quanto gli italiani si innamorino sempre di più dei licei e orientino verso questo tipo di percorsi i propri figli tredicenni. Questi dati sono stati commentati con malcelato fastidio da molti “analisti”, economisti, manager, giornalisti esperti di scuola.
La vulgata è che se il problema dell’Italia è la disoccupazione, è un peccato che le aziende che cercano fresatori, saldatori ed elettricisti non trovino queste figure perché i ragazzi preferiscono perdersi tra matematica e latino. Secondo questi osservatori, in questi giorni di gennaio in cui molte famiglie si ritrovano a discutere, i genitori dovrebbero guardare alle bacheche delle agenzie per il lavoro, frequentare gli open day degli istituti tecnici e professionali, liberarsi dei pregiudizi del passato (gli istituti tecnici e professionali sarebbero le scuole di chi non ha voglia di studiare) e chiedere ai propri figli di scegliere in modo da ridurre la disoccupazione e offrire un’immediata risposta ai bisogni delle aziende.
E invece i genitori continuano a scegliere i licei . E fanno benissimo.
Per un genitore è motivo di soddisfazione che il figlio a diciotto anni abbia già imparato un mestiere e possa avere un buon contratto di lavoro. Ma questa decisione si prende quando il figlio ha tredici anni e non ha ancora scoperto le proprie vocazioni. Scommettere su un lavoro sicuro a diciott’anni è una scommessa al ribasso. E se il ragazzo scoprisse col tempo di amare lo studio e voler proseguire con l’Università? Certamente anche i ragazzi che provengono dagli istituti tecnici e professionali spesso si iscrivono all’Università. Ma in questo caso cade l’argomentazione del lavoro subito.
Inoltre i genitori sono molto più razionali di quanto si possa immaginare. Se la scuola è un investimento i suoi rendimenti devono essere valutati nel lungo periodo. Il diplomato che diventa operaio specializzato comincia a guadagnare a vent’anni. Ma la somma dei suoi salari lungo l’intero ciclo di vita professionale è enormemente più bassa di quella di un laureato “medio” che al termine di un percorso di studi “medio” intraprende a 27/28 anni una carriera “media”.
La sfida dei ragazzi alle superiori non è trovare lavoro, visto che statisticamente ne cambieranno almeno cinque nel corso della loro carriera. La sfida dei ragazzi è trovare una dimensione intellettuale di passione e di competenze che poi nel tempo trasformeranno in energia professionale. I nostri ragazzi non faranno la differenza perché avranno imparato a utilizzare un software. Faranno la differenza e si affermeranno se sapranno capire cosa c’è dentro e dietro quel software. E per questo ci vuole approfondimento teorico.








