Gli atti

Strage di Amendolara, il verbale: «Ci volevano uccidere perché avevamo chiesto un contratto»

Nell’ordinanza del Gip di Castrovillari il racconto di Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto al rogo dell’auto in cui sono morti quattro braccianti migranti. Fermati Ali Raza e Safeer Ahmed: contestati omicidio plurimo aggravato e tentato omicidio

di Ivan Cimmarusti

Il punto esatto dove é stato dato fuoco al minivan su cui viaggiavano le vittime, Amendolara/Ansa

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«Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo». La chiave della strage di Amendolara è in questa frase. È scritta nel verbale reso il 2 giugno 2026 da Taj Mohammad Alamyar, afghano nato nel 1991, unico sopravvissuto alla Fiat Ulysse trasformata in una trappola di fuoco alla stazione di servizio IP, lungo la statale 106, in Calabria.

Dentro quell’auto sono morti carbonizzati quattro braccianti migranti: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi. Alamyar, ustionato e con un braccio fratturato, è riuscito a salvarsi lanciandosi dal bagagliaio mentre il veicolo bruciava. È il suo racconto, ora, a entrare nel cuore dell’ordinanza con cui il Gip di Castrovillari, Orvieto Matonti, ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per Ali Raza e Safeer Ahmed, entrambi nati in Pakistan nel 1994 e residenti a Villapiana.

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Le accuse sono pesantissime: omicidio plurimo aggravato e tentato omicidio aggravato, con le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della crudeltà.

Il racconto del superstite: il litigio, il coltello, poi il fuoco

Davanti agli investigatori, Alamyar ricostruisce le ore che precedono il rogo. Racconta la lite della mattina. Racconta l’hashish. Racconta il coltello. E lega tutto, fin dall’inizio, alla richiesta di essere pagati o di avere un contratto regolare.

«Ali aveva fumato hashish. Il ragazzo a lato passeggero ha preso un coltello e l’ha messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiava con noi. (…) Il motivo di queste discussioni è stato il mancato contratto».

Poi arriva il passaggio decisivo. La sosta al distributore IP di Amendolara. La macchina ferma. I finestrini chiusi. La benzina. L’accendino.

«Il capo ha spento la macchina, ha chiuso tutti i finestrini ed è sceso. La benzina l’ha cosparsa tutta per terra. (…) Il capo ha cosparso di benzina il bagaglio, dopodiché ha dato fuoco alla macchina con un accendino. Io mi trovavo nel bagagliaio. Non ho capito più niente, sono saltato dal portabagagli. Sono uscito fuori dalla benzina mentre stavo andando a fuoco».

È un racconto diretto, fisico, quasi insostenibile. Perché non descrive solo un incendio. Descrive, secondo l’accusa, un’auto chiusa dall’esterno e dall’interno per impedire alle vittime di uscire.

«Dormivamo in dieci in una stanza»: lavoro nero e sfruttamento

Nel verbale entra anche la condizione dei braccianti. Non solo la violenza del rogo, ma il contesto in cui quella violenza sarebbe maturata: lavoro irregolare, paga in contanti, alloggi degradati, dipendenza dal “capo”.

«Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti. Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo 10 persone».

Sono parole che spostano la strage di Amendolara oltre la cronaca nera pura. La collocano dentro il sottobosco del lavoro agricolo sfruttato, nei campi della Calabria ionica, dove il confine tra occupazione, ricatto e controllo della manodopera può diventare sottilissimo.

Alamyar insiste anche sulle fasi finali del rogo: «(…) sia Ali che l’altro hanno bloccato le portiere. Ho visto che Ali e l’altro spingevano le porte. Mi sono salvato perché mi sono lanciato dal bagagliaio».

I riscontri: videosorveglianza, maniglia rotta e testimoni

L’ordinanza, però, non si regge soltanto sul verbale del superstite. Il Gip valorizza una serie di riscontri che, secondo gli investigatori, consolidano il quadro indiziario.

Ci sono i filmati della videosorveglianza della stazione di servizio IP. Secondo la polizia giudiziaria, mostrano il conducente mentre versa il liquido infiammabile e appicca il fuoco. Le immagini documenterebbero anche il comportamento del passeggero anteriore destro, che rompe dall’interno la maniglia della portiera. Quella maniglia sarà poi ritrovata accanto all’auto dalla Polizia scientifica.

C’è anche un controllo avvenuto poco prima del rogo. Il carabiniere scelto Antonio Donadeo aveva fermato gli occupanti della Fiat Ulysse per un lancio di rifiuti dal finestrino. In seguito ha riconosciuto Ali Raza come conducente e Safeer Ahmed come passeggero, notando per quest’ultimo l’occhio destro tumefatto.

Un’altra annotazione dei carabinieri di Cassano all’Ionio documenta un episodio precedente: alle 5.35 del mattino lo stesso Raza aveva chiamato la polizia giudiziaria per sedare una lite tra una delle vittime, Fazal Amin Khogyani, e Safeer Ahmed.

Poi c’è la dichiarazione di Umair Ali, presentatosi spontaneamente agli investigatori. Il passaggio riportato nell’ordinanza è netto: «Ali mi ha risposto che la macchina bruciata era la sua, che lo stesso aveva messo fuoco alla sua macchina per ammazzare le persone al suo interno».

Il Gip: quadro indiziario «granitico»

Per il Gip di Castrovillari il quadro indiziario è «granitico». Ali Raza e Safeer Ahmed, assistiti da interprete, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Ma per il giudice gli elementi raccolti indicano un dolo intenzionale e consentono di contestare tutte le aggravanti.

La premeditazione viene ricavata dalla ripartizione dei ruoli e dalla scelta del luogo. I futili motivi sono collegati alla richiesta di soldi e di un contratto, oppure alla lite avvenuta nella mattina. La crudeltà viene ravvisata nella modalità del delitto: una condotta definita «straordinariamente cruenta», capace di provocare sofferenze intense e protratte alle vittime intrappolate nell’auto in fiamme.

Nell’ordinanza viene confermato anche il pericolo di fuga. Dopo il rogo, secondo la ricostruzione investigativa, i due si sarebbero allontanati di corsa. E quando sono stati rintracciati avrebbero serrato le porte dell’abitazione. Per il Gip esiste anche il rischio di reiterazione. Da qui la decisione: carcere, unica misura ritenuta adeguata.

La strage di Amendolara, così, prende forma attraverso il verbale del superstite e i riscontri raccolti dagli investigatori. Quattro braccianti morti in un’auto incendiata. Uno sopravvissuto per pochi secondi e per un varco nel bagagliaio. Sullo sfondo, la richiesta più elementare: essere pagati, oppure avere un contratto.

Riproduzione riservata ©
  • Ivan Cimmarustigiornalista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Sicurezza, giudiziaria, inchieste, giustizia tributaria

    Premi: Nel 2011 tra i vincitori del Premio Internazionale Antimafia Livatino-Saetta

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