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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Sono passati trent’anni dal giorno in cui sono andato a intervistare Ernst Jünger (1895-1998). Allora non mi ero reso conto di quello che aveva reso quell’incontro indimenticabile. Pensavo solo alla straordinaria fortuna di potere incontrare uno scrittore che, malgrado varie riserve, apprezzavo, e di sentirlo parlare di personaggi scomparsi da tempo.
Faceva molto freddo, eravamo in molti nel pulmino che ci portava a Wilflingen, un borgo dell’Alta Svevia, in occasione del suo centesimo compleanno. Ricordo un tecnico della televisione che si chiedeva perché perdessimo tanto tempo per andare a intervistare quel vecchietto.
Mi aveva impressionato la cupa austerità del castello dei von Stauffenberg, su cui l’unico ornamento erano le loro insegne: frecce blu su fondo bianco. Lì la Gestapo aveva tenuto sotto sorveglianza i familiari dell’eroico generale che aveva tentato di fare saltare in Hitler. Junger, senza accennare alla sua partecipazione alla congiura che era costata la vita a suo figlio, aveva raccontato in tono divertito che i castellani avevano approfittato dei passaggi segreti per ascoltare i preparativi degli inquirenti per l’interrogatorio del giorno seguente, evitando la pena capitale.
In confronto alla rigidezza militare del castello, risaltava la dolcezza dello smuntointonaco giallo teresiano della settecentesca foresteria dove abitava Junger. Parlando degli inconvenienti della vecchiaia – «Non bisognerebbe vivere così a lungo!» – aveva confessato che la sofferenza più grande era vedere scomparire una dopo l’altra le persone amate. Ma, mentre lui parlava con altri intervistatori delle grandi questioni della storia, la moglie, Liselotte, aveva raccontato che ogni inverno, quando la casa era circondata da un muro di neve, lo scrittore faceva quotidianamente, seminudo, il giro della casa nella neve per poi fare una doccia gelata.
C’era oltre alla famosa stanza dei coleotteri e a un perfetto salottino Biedermeier, un salotto presidiato da una bassa libreria in cui predominavano i classici, in austere rilegature, in contrasto con l’invecchiata modernità delle larghe sedie imbottite stile Novecento. Vicino al ritratto dell’asso dell’aviazione della Prima guerra mondiale, il Barone Rosso, Wenzel von Richthofem era schierata la sua collezione di clessidre. Indicandone una, aveva commentato: «Questa deve essere stata di una cortigiana perché il tempo è molto breve!».