Il ritratto

Storia di una famiglia americana dal bilocale alla Casa Bianca

La madre di Kamala era una scienziata indiana, il padre un economista giamaicano

di Riccardo Barlaam

3' di lettura

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«Potresti essere la prima. Ma assicurati intanto di non essere l’ultima». Lo slogan che Kamala Harris ama ripetere è una frase che le diceva sempre sua madre da bambina.

Kamala nasce il 20 ottobre 1964 a Oakland, città industriale nella Baia di San Francisco. Figlia di intellettuali. La madre, Shyamala Gopalan, scienziata indiana con un dottorato a Berkeley, ha dedicato la sua vita agli studi oncologici. Il padre Donald Harris, economista giamaicano - ancora in vita - è professore emerito alla Stanford University. I due si incontrarono nel campus di Berkeley, nei primi anni Sessanta durante gli studi universitari, accomunati dall’impegno politico nella lotta del movimento per i diritti civili.

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Sua madre scelse il nome: Kamala significa fiore di loto ed è un altro modo di chiamare la dea indù Lakshmi, la dea della fortuna, del potere e della bellezza. Richiamo alle sue radici indiane e all’emancipazione delle donne.

I suoi genitori divorziarono quando Kamala aveva sette anni. La madre fece crescere lei e la sorella Maya in un bilocale al secondo piano in una piccola casa a Berkeley.

Da bambina, frequenta la chiesa evangelica Battista e il tempio hindu. “Mia madre - scrive nella sua autobiografia The Truths We Hold: An American Journey - sapeva bene che stava facendo crescere due figlie nere, ed era determinata ad assicurarsi che saremmo diventate due donne nere, orgogliose della nostra origine e sicure di noi stesse”. Da bambina visitò l’India dove venne molto influenzata dalla figura del nonno, alto funzionario governativo che lottò per l’indipendenza indiana, e dalla nonna, attivista che girava il paese per insegnare alle donne analfabete le tecniche per il controllo delle nascite.

Seguendo gli spostamenti professionali della madre, frequenta le scuole superiori a Montreal, in Canada. Dopo il diploma, di nuovo negli Stati Uniti, viene ammessa alla Howard University, college prestigioso per i neri a Washington D.C., dove studia Scienze Politiche ed Economiche. Continua gli studi in Legge a San Francisco dove si laurea nel 1990 e subito comincia a lavorare come stagista a Oakland, nell’ufficio del Procuratore distrettuale.

Nel 2003 Harris viene eletta Procuratore di San Francisco, la prima volta per una donna di colore. Per poi salire di grado ed essere eletta per due mandati Procuratore generale nello Stato della California. Durante i primi anni di carriera da procuratore distrettuale di San Francisco, la percentuale di condanne nel distretto sale dal 52% del 2003 al 67% del 2006. Il tasso più alto registrato in un decennio. Con Harris alla guida della Procura aumentano in modo esponenziale i procedimenti giudiziari per i reati legati alla droga, saliti al 74% nel 2006.

Negli anni in cui Harris guida la Procura dello Stato della California il numero di persone condannate nel Golden State sale con una percentuale a due cifre.

Come procuratore generale della California nel 2014 blocca il rilascio dei detenuti non violenti dal carcere dopo due proteste per il sovraffollamento, appellandosi al fatto che il loro rilascio avrebbe comportato una perdita di forza lavoro per le tante attività economiche avviate nelle carceri.

Nel 2016 presenta due accuse di tratta di esseri umani nei confronti di Backpage.com, un sito web utilizzato dai lavoratori del sesso per pubblicizzare le loro attività e facilitare gli incontri con i clienti. Una campagna quella contro il sesso online proseguita anche in Senato dove ha co-promosso dei provvedimenti che hanno portato al sequestro del sito.

Nel 2014 a Los Angeles sposa Doug Emhoff, avvocato d’affari, ancora al suo fianco, ora alla Casa Bianca come Second gentleman, ha due figli Cole ed Ella, nati da un precedente matrimonio, di cui lei è diventata riferimento - soprannominata con affetto Momala, dall’unione tra mom, mamma e Kamala.

Un profilo a metà strada tra Hillary Clinton e una Beyoncé prestata alla politica, dalla sua elezione al Senato nel 2016 – prima asiatica americana e seconda afroamericana a entrare in Senato - Harris è emersa come una delle facce nuove del partito democratico fino alla vice presidenza con Joe Biden.

Molti osservatori si chiedono se riuscirà a tenere testa a Donald Trump. Durante i quattro anni della presidenza Biden lei – volutamente – non ha mai fatto ombra al suo presidente. Sempre defilata. Sempre un passo dietro per non oscurare l’anziano e impacciato commander in chief. Ma la sua storia racconta di una leadership capace e determinata. Simbolo dell’America delle regole e dell’America multietnica. Ha dalla sua la determinazione, la preparazione, l’età, l’eleganza e il rigore. Potrebbe essere la speranza per un’America che non si chiude e guarda avanti.

Le sfide, come dice la sua storia, non l’hanno mai spaventata. «Potresti essere la prima, ma intanto vedi di non essere l’ultima», le ripeteva madre… Potrebbe essere la prima donna a diventare presidente degli Stati Uniti.

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