La situazione

Stellantis, nuove strategie multi energy per superarele difficoltà

di Simonluca Pini

Logo Stellantis. (AP Photo/Paul Sancya, File)

4' di lettura

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Vendite in calo, ricavi in discesa, modelli congelati per non dire cancellati e stabilimenti dal futuro decisamente incerto. Stellantis sta affrontando il suo peggior momento dalla nascita avvenuta nel 2021, quando Fiat Chrysler Automobilies decise di fondersi con PSA diventando un mega gruppo da 14 marchi a listino. E a tre anni di distanza, complice lo stato di salute dell’industria automobilistica europea sempre più votata ai margini che ai volumi, il gruppo guidato da Carlos Tavares deve capire (o chiarire definitamente) come reagire. E non è solo una questione italiana, dove si è passati da «un milione di veicoli prodotti in Italia entro il 2030” dichiarato in occasione della presentazione dei conti 2023, ad un generico “un milione di clienti” ribadito dallo stesso Tavares lo scorso ottobre, ma generale dell’intero gruppo. La conferma arriva dalla recente ristrutturazione, con amministratori delegati sostituiti come Davide Grasso di Maserati, e profondi dubbi su impianti, modelli in arrivo e posti di lavoro.

E nonostante i tanti incontri con la stampa o con il governo italiano, la strategia di Stellantis non è del tutto chiara. Inizialmente la transizione elettrica doveva essere basata su quattro piattaforme e tre tecnologie software-defined. Nel dettaglio la famiglia di quattro piattaforme bev globali di Stellantis - Small, Medium, Large e Frame – era stata concepita e progettata per estendere il ciclo di vita dei veicoli grazie all’intercambiabilità della chimica delle celle delle batterie, dei moduli di azionamento elettrico, degli inverter di potenza e del software di controllo. La piattaforma Stla Large supporta le tecnologie elettriche e software-defined di prossima generazione di Stellantis: Stla Brain, Stla SmartCockpit e Stla AutoDrive.

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Nella realtà la piattaforma SmartCar ha preso, per ora, il posto della Stla Small, grazie ai minori costi di sviluppo (nonostante zero stelle in alcuni crash test)

Su Stla Medium, invece sono già state presentate Peugeot 3008, 5008 e Opel Grandland. Nel 2025 arriveranno altri tre modelli a marchio Ds, Citroen e la nuova nuova Jeep Compass; nel 2026 sarà il turno della Lancia Gamma e di un’altra DS. La Peugeot 3008 riassume bene l’incertezza del mondo automotive: inizialmente doveva essere solo elettrica ma nella realtà è diventata anche ibrida. Tradotto? Peugeot non si può permettere di perdere i volumi di vendita garantiti da chi vuole un suv medio a combustione interna. Passando alla Stla Large si è partiti da Jeep Wagooner S, Charger Daytona ed entro fine anno dovrebbe essere svelata la Jeep Recon.

Nel ‘25 arriverà probabilmente la prima Alfa Romeo elettrica basata su Stla Large, una Dodge e una Jeep, e nel 26 un modello Chrysler e la seconda Alfa Bev. Dimensioni ancora più grandi per la Stla Frame, piattaforma multi-energia destinata ai futuri pick-up e suv full size alimentati a ioni di litio, carburanti tradizionali e anche idrogeno con celle a combustibile.

A tutto questo si aggiungono le due piattaforme sviluppate e prodotte in Cina da Leapmotor, al momento utilizzate sulla compatta TO3 e sul suv C10 proposto in versione elettrica o ibrida plug-in con range extender. E qui la domanda nasce spontanea: perché non utilizzare le piattaforme Leapmotor anche per i modelli europei, andando così a ridurre tempi di sviluppo e di testing in particolar modo nel campo del software?

Complessivamente la sfida più importante per Stellantis è trovare il giusto posizionamento per ogni marchio, evitando inutili sovrapposizioni non più possibili in un mercato dai numeri costantemente in calo. Bisogna dare atto a Tavares di aver dato, nel 2021, la possibilità ad ogni marchio della galassia Stellantis di potersi sviluppare, partendo da brand a forte rischio chiusura come Lancia. Oggi però, nonostante le rassicurazioni sulla volontà di tenere tutti i brand, i risultati aumentano i timori dei dipendenti. Perché anche brand globali come Jeep stanno rivedendo la propria strategia, dopo aver puntato in maniera eccessiva all’alto di gamma. Per non parlare Ds, dove molto spesso l’aggettivo omeopatico è il più adatto per descrivere le vendite dell’ex costola Citroen.

Situazione ancora più complessa per Maserati, dove sembra di essere tornati al 2016 quando si parlava addirittura di una chiusura dello storico stabilimento di Modena. Nel 2020 tutto sembrava risolto, grazie ai 2.5 miliardi di euro investiti da Fca per il restyling dell’impianto modenese (costato 800 mila euro), l’impianto di Grugliasco a pieno regime, l’Innovation Lab con oltre 1.100 persone al lavoro e un piano prodotti faraonico a partire dalla MC20 battezzata come la nuova Era del Tridente. Secondo i vertici Maserati entro cinque anni (annuncio a dicembre 2020 quindi post prima ondata di covid), sarebbero state lanciate 20 novità di cui 13 modelli inediti.

Nella realtà l’impianto di Grugliasco è stato chiuso, l’Innovation Lab smantellato, lo stabilimento di Modena ha recentemente segnato un -75% di produzione, i nuovi modelli si sono limitati a 5 invece di 13 (MC20, MC20 Cielo, Grecale, Granturismo e GranCabrio) e il progetto Folgore full electric è un vero e proprio flop con solo 1 GranTurismo e 3 Grecale alla spina vendute in Italia a ottobre. Si salva solo la parte sportiva grazie ai buoni risultati ottenuti dalla Maserati GT2, da cui deriva la recente GT2 Stradale. Ma la vera sfida non sarà dei piloti ma per il nuovo amministratore delegato Santo Ficili.

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