Stefano Accorsi e la sua fabbrica dei sogni
In occasione dell'uscita nelle sale del nuovo film di Stefano Mordini, vi riproponiamo questa intervista, pubblicata sul numero di dicembre 2019 di “IL”, in cui l’attore racconta tutto il suo amore per il cinema e dice: «È una magia che non si può spiegare»
di Federica Polidoro
6' di lettura
6' di lettura
Giovedì a Bologna, alla Cineteca, una giornata particolare. Stefano Accorsi si aggira con una piccola troupe tra una sala e l'altra, su e giù per scale e corridoi, con un cappotto di tweed svolazzante, una maglia aderente a collo alto e un paio di polacchine martellate. È caldissimo, ma lui non batte ciglio. Tra uno scatto e l'altro del reportage di moda che lo vede protagonista, scivola come un hovercraft a tre centimetri da terra, seminando brusii nella rada folla del parco, in quello spazio che divide i laboratori di restauro dalle sale di proiezione. Giovanissimi lo seguono nel patio, studenti di cinema e mass media lo bombardano di domande. Lui risponde paziente a tutti.
L'uomo e l'attore spesso coincidono. Non si può dire che sia spontaneo, eppure comunica serenità ed equilibrio. Ha un fascino controllato e – viene da dire – un'ironia quasi inglese e una gentilezza d'altri tempi. Reduce dal successo della serie su Tangentopoli in tre stagioni, 1992, 1993 e 1994, andata in onda su Sky, l'attore sembra a un giro di boa nella sua vita pubblica e privata. In quel mix di bravura, tenacia e buona sorte, Stefano incarna non solo il successo di attore, ma anche il riscatto delle ambizioni di un ragazzo di provincia, che si è fatto largo da solo sulla ribalta. «Non era facile per me che arrivavo da Bologna ambientarmi a Roma», ci racconta. «Con le sue luci e illusioni, la grande città ti inebria, ti distrae in mille modi. Ma io volevo fare l'attore: dovevo concentrarmi. La provincia è stato il mio motore. L'Emilia Romagna è una regione che sogna, basti pensare a quanta musica, a quanto rock, a quanto cinema viene da lì».
Che cosa è cambiato da quei tempi, dall'epoca del tuo esordio?
«Allora l'idea che una persona che non è del mondo del cinema potesse accedervi era quasi impossibile. I reality e i talent show hanno aperto nuove prospettive per i ragazzi. Negli anni Novanta non c'erano neanche ruoli per i giovani, che al massimo facevano i figli di protagonisti sempre adulti, né la presenza massiva di produzioni televisive…».
Quando è scoppiata la passione per il cinema?
«Il cinema è magia. Non si può spiegare. Un film è un oggetto misterioso e non sai mai come verrà. Dal più grande copione puoi restare deluso e sorprenderti quando meno te lo aspetti. Me ne sono innamorato quando i miei genitori mi portarono a vedere un film di Sergio Leone. Da quel giorno, non ho più potuto farne a meno. La notte registravo film per vederli dopo la scuola. Quando sono arrivato su un set vero, conoscevo a memoria le filmografie di Scorsese, Coppola, Parker e Cimino. De Niro, Pacino, Hoffman e la Streep sono la generazione a cui mi sono ispirato. Solo dopo ho scoperto il cinema italiano con la sua complessità e la Nouvelle Vague francese».
Che cosa hai imparato dai registi con cui hai avuto lunghi sodalizi?
«Sono stato fortunato nella mia vita. Ho avuto tanti bei ruoli, molto diversi. Muccino, Placido e Özpetek mi hanno insegnato tanto. Gabriele mi ha aiutato a rimuovere le sovrastrutture, è un regista che mette a nudo la tua forza e la tua debolezza connettendoti col tuo partner sul set. Michele è un anticonformista, lui è interessato a difetti e fragilità dei suoi personaggi. Con Ferzan, invece, tutto è in divenire. Anche se il copione è frutto di varie stesure, resta suscettibile alle contingenze. Nella Dea fortuna due personaggi parlano su una terrazza durante una serata danzante. Allo scroscio improvviso della pioggia lo script prevedeva che tutti scappassero, ma all'ultimo Ferzan ha capito che quei personaggi dovevano continuare a ballare perché quella era la loro natura e la scena è diventata una delle più emblematiche del film».








