Stati Uniti di Cosa Nostra
Secondo l'Fbi, oggi in America ci sono quasi più mafiosi che a Palermo. Sono uomini d'onore “nuovi”, arrivati dalla Sicilia, senza alcun legame con le antiche famiglie raccontate dal cinema (e senza neppure la loro forza). Eppure, spiega a “IL” lo storico Salvatore Lupo, quella tradizione criminale e quel modo di rappresentarsi continua a costituire, per loro, un totem con cui fare i conti
di Raffaella Calandra
6' di lettura
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Se è vero che in Cosa Nostra tutto è messaggio e nulla è come appare, è lì che bisogna tornare alla ricerca dei boss d'America: alla telecamera di Francis Ford Coppola, che dall'ombra, piano piano, lascia emergere il profilo – maestoso – di Marlon Brando, alias don Vito Corleone, nella scena iniziale de Il Padrino. È qui che bisogna tornare, al film del 1972 che consacrò il potere della mafia d'Oltreoceano. Perché è proprio quando intorno tutto cambia, che il passato diventa un rifugio, e il mito un amuleto alla ricerca della forza perduta.
«Il buon tempo antico viene vagheggiato ancor di più dagli aspiranti padrini,proprio a fronte dell'attuale profonda crisi», riflette Salvatore Lupo.Davanti a pagine e pagine di brogliacci, registrate da una sponda all'altra dell'Atlantico, serve ancor di più la prospettiva dello storico per separare, nelle parole degli affiliati di Cosa Nostra e degli zii d'America,finzione da realtà, millanteria da verità, narrazione da cronaca. Nella premessa di uno dei principali studiosi di Cosa Nostra, c'è la lente necessaria per osservare quel che resta oggi del ponte che per decenni ha unito la Sicilia e gli States. «Un ponte mai interrotto», ammise il pentito Nino Giuffrè. Ma nell'isola di tragedie e tragediatori, nulla mai è come appare. Così, di questo ponte, ci sono i fatti(a cominciare dal «rapporto ora ancora più stretto del passato tra i boss d'America e la Sicilia»), ma ci sono anche le rappresentazioni:«Continuare a rievocare le epoche del passato, pensando di riportarle in vita».
Ci sono, infine, le deduzioni: «Questi uomini d'onore americani non hanno quasi più nulla a che fare con quel grande antico insediamento di Cosa Nostra, formatosi negli anni Venti, che si impose come fenomeno mondiale. Ma quel passato», avverte Lupo, «continua a essere una presenza con cui fare i conti». Gli attuali uomini d'onored'America non sono dunque tanto discendenti dei vari Lucky Luciano,Joe Valachi, Al Capone, Joseph Bonanno o Frank Costello, ma nuovi picciotti in cerca di fortuna. E quale mafia continua a vivere e fare affari negli Stati Uniti di oggi, che si preparano a scegliere il quarantaseiesimo presidente? Il primo indizio arriva dagli elenchi dell'Fbi,consultati negli anni da Lupo, che ha dedicato anche un saggio a Quando la mafia scoprì l'America (Einaudi): «Coloro che sono indicati come epigoni della mafia newyorchese sono innanzitutto siciliani,mentre in passato spesso si trattava di seconde e terze generazioni. Sono militanti mafiosi che più o meno di recente si sono stanziati negli Usa e sorvolano di continuo l'Atlantico».
In prevalenza, dunque,non più eredi delle famose cinque famiglie mafiose newyorchesi, le cui gesta ispirarono le pagine del romanzo di Mario Puzo e poi i film di Coppola, ma nuovi aspiranti boss dell'America dell'era Trump. Come in passato, anche ora gli uomini di Cosa Nostra continuano a vedere nell'asse Palermo-New York una delle principali strade peri business criminali. Soprattutto dopo che anni di confische hanno prosciugato i forzieri della vecchia Cosa Nostra in Italia. «A noi, ci hanno sequestrato i beni, a voi no», lamentavano i boss siciliani coni cugini d'Oltreoceano. E questo potrebbe indicare un «problema di ricapitalizzazione dei mandamenti. E poiché la relazione tra le due sponde dell'Atlantico è sempre stata una miniera d'oro», riflette Lupo,«qualcuno potrebbe pensare che per fare affari profittevoli la strada sia sempre quella». Andare, cioè, alla conquista della Grande Mela,con traffici di droga innanzitutto, e poi le armi e il gioco d'azzardo,oltre al riciclaggio e ai vari business al passo con i tempi. C'è però una differenza sostanziale rispetto al passato: «Tanto in Sicilia quanto negli Usa la forza delle due organizzazioni, in certi periodi tollerate, è enormemente diminuita, le loro attività criminali non sono più consentite. Mentre un tempo l'Fbi diceva che la mafia non esisteva, ora anche negli Usa sono state introdotte leggi per l'associazionea delinquere e il riciclaggio e sono state istituite agenzie specializzate nel contrasto alla criminalità organizzata».
Il contesto di gran parte del Novecento – con le cinque famiglie di New York (Gambino, Lucchese, Genovese, Bonanno e Profaci, dirette da un'unica Commissione) all'apice del potere criminale degli Stati Uniti – è dunque solo archeologia giudiziaria. Ora tra le due sponde dell'Atlantico «a collaborare sono da anni soprattutto gli inquirenti. E le due mafie vengono messe sotto pressione contemporaneamente». Una serie di inchieste hanno, per esempio, più volte svelato il ritorno dagli Stati Uniti alla casa madre dei cosiddetti “scappati”. Oltre al regno dei vecchi padrini – di cui forse ora resta attiva solo la famiglia dei Gambino, ricorda Lupo – l'America è stata negli anni anche il rifugio dei perdenti della seconda guerra di mafia, vinta negli anni Ottanta dai corleonesi, dopo centinaia di vittime. Gli eredi di Totuccio Inzerillo, all'epoca ucciso dagli uomini di Totò Riina, più volte hanno provato a ricreare nei feudi siciliani d'origine una “newconnection”, per dirla col nome dell'operazione che nell'estate 2019 portò investigatori palermitani e americani a ricostruire reti, intrecciate tra Brooklyn e Passo di Rigano, da coloro che proclamavano di essere diventati “i re di Palermo”. Ma la presenza in Sicilia di eredi dei Gambino o degli Inzerillo significa che il veto emesso nei loro confronti dai vincitori di quella guerra di mafia non esiste più? Di sicuro, non esiste più quella mafia che lo aveva imposto col sangue.











