Rischio Italia

Spread, possibile quota 230 con deficit e manovra

Sul costo del debito italiano pesa soprattutto il rialzo dei rendimenti globali, ma l’aumento del deficit può provocare fibrillazioni

di Marzia Redaelli

(Oleg Golovnev - stock.adobe.com)

3' di lettura

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Lo spread tra BTp italiani e Bund tedeschi decennali è di arrivato molto vicino ai 200 punti. Ben lontano dal picco oltre i 550 punti toccati il settembre 2011 con la crisi del Governo Berlusconi, ma di nuovo in un allargamento, che riflette un maggior rischio - l’altra faccia del rendimento più alto - e causa un aumento della spesa pubblica per interessi.

Lo spread è la differenza di rendimento espresso in punti base (cioè moltiplicato per 100, perché cento sono le unità di un punto percentuale) tra i titoli di Stato italiani che a dieci anni pagano poco meno del 5% e quelli tedeschi, che invece danno il 2,9%.

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Cosa segnala lo spread

Quando si allarga, vuol dire che gli investitori danno meno fiducia al debito italiano. In questo periodo i motivi non mancano, visto che la manovra del Governo è sotto la lente della Commissione europea, la Banca centrale europea opera una politica monetaria restrittiva (meno liquidità e tassi più alti) e, ultimo argomento ma non meno importante, le condizioni finanziarie sono tirate a livello globale.

Gli esperti, però, non si agitano: lo scenario non è positivo per le obbligazioni nei prossimi mesi, ma non tanto da pensare a eccessive turbolenze.

Rischio Italia nella norma

Secondo Gabriele Foà, portfolio manager di Algebris global credit opportunities fund, lo spread è anelastico, cioè difficilmente si restringerà di nuovo verso i 160-170 punti e, viceversa, potrebbe allargarsi a 220-230 punti. Foà precisa che la fiammata recente si deve in gran parte al contesto dei bond a livello globale, perché il rialzo dei rendimenti su Bund e Treasury americani fa da traino al mercato obbligazionario internazionale.

L’Italia, poi, nelle fasi più critiche paga il dazio di un debito elevato. Tuttavia, Manuel Pozzi, direttore investimenti di M&G Investments Italia, fa notare che la situazione attuale non è così anomala, perché negli ultimi anni lo spread dei BTp decennali sui Bund tedeschi ha superato il 2% molte volte, quasi ogni anno tra il 2017 e il 2022, con la sola eccezione del 2021. Pozzi afferma che la Bce ha gli strumenti per limitare gli eccessi e che, quindi, è lecito attendersi un maggiore intervento qualora lo spread dovesse avvicinarsi al 2,5% - 3%.

Le minacce allo spread

Qualche ragione per preoccuparsi, però, c’è, come spiega Foà: «Sta venendo meno il supporto della Bce, che non acquista più titoli e che dopo gli interventi straordinari dello scorso anno potrebbe non agire presto. Inoltre, la manovra non è market friendly, perché prevede tasse che colpiscono il settore finanziario attraverso i crediti deteriorati e la tassa sugli extra profitti delle banche. Infine, peggiorano sia la crescita sia il deficit. Certo, per le obbligazioni governative italiane c’è il supporto degli investitori privati, ma non è forte come quello della Bce».

Le oscillazioni dello spread saranno anche condizionate dalla valutazione della manovra finanziaria da parte della Commissione europea.

Le previsioni per i titoli di Stato tricolori

«Nei prossimi mesi - conclude Foà - l’80%-90% dello spread sarà comunque determinato dall’andamento dei T-Bond Usa e del mercato globale, ma il giudizio della Commissione europea sulla finanziaria avrà un peso, visto che il deficit per il 2024 è calcolato ipotizzando una crescita che è superiore del 50% a quella stimata a Bruxelles».

I titoli a lunga scadenza sono più esposti alle vendite in caso di avversione al rischio degli investitori e ai margini degli interventi della Bce.

Manuel Pozzi ritiene, comunque, che lo spread a 200 punti base sia sostenibile: «Il prezzo dei governativi dovrebbe seguire le attese sui tassi, ma per il BTp il rendimento dipende molto dalla percezione del rischio Paese. Le obbligazioni societarie pagano spread superiori a quelli dei BTp sulle scadenze brevi e medie, ma più simili sulle lunghe. Quindi, potremmo dire che nel contesto attuale lo spread vicino al 2% sui decennali sia già corretto e che spread superiori sembrerebbero destinati a rientrare».

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