Il nodo risorse

Spese Difesa, da Giorgetti a Crosetto e Meloni: quali sono le posizioni nel governo

Il ministro della Difesa: «Gli impegni Nato si rispettano o si esce»

di Andrea Carli

Crosetto: La Nato non è il club dei lettori, o si rispettano impegni o si esce

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Il ministro della Difesa Guido Crosetto lo ha detto senza mezzi termini: chi non rispetta gli impegni è fuori dalla Nato. L’Alleanza atlantica «non è un club di amici lettori», nel senso che «chi vi partecipa deve mettersi in testa di partecipare con lo stesso peso di tutte le nazioni. Questo - ha sottolineato a margine della ministeriale Nato di Bruxelles - ci siamo impegnati a fare e questo dovremmo fare nei prossimi anni. Un cambio epocale per noi».

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Dopo questa premessa, la conclusione del ragionamento. Secondo Crosetto «se si vuole far parte della Nato, si rispettano gli impegni. Altrimenti si decide di star fuori, ma a quel punto difendersi costerebbe mille volte di più», ha avvertito il ministro, definendo «credibile» il piano approvato dal Parlamento l’anno scorso, inciampato nei vincoli del Patto di Stabilità e per la mancata uscita dalla proceduta per eccesso di deficit.

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Il nodo dell’adesione ai fondi europei

Il dibattito, in Italia, è quanto mai attuale e politicamente divisivo (tra maggioranza e opposizioni e all’interno della stessa maggioranza, con la Lega a frenare sullo stanziamento di nuove risorse per la difesa) mentre la Commissione europea attende ancora che il governo aderisca al programma Safe, lo strumento europeo da 150 miliardi di euro in prestiti agevolati per la difesa comune (l’Italia aveva opzionato circa 14,9 miliardi di euro).

«Non c’è alternativa, qualunque sia la maggioranza e la forza politica che guida il Paese», e il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti «ne è consapevole», ha rincarato Crosetto, cercando tuttavia di spegnere sul nascere qualsiasi nuova tensione. «Io so i tempi e le modalità, il quantum non» dipende «da me, tutto il resto lo stiamo gestendo, non c’è polemica su questo», ha replicato a distanza il titolare del dicastero di via XX Settembre, che nella prossima legge di bilancio dovrà prendere decisioni non facili.

In un recente intervento durante il question time alla Camera, Crosetto ha chiarito che «il Safe non è uno strumento sostitutivo perché altrimenti perderebbe totalmente la sua utilità. Qualora l’Italia aderisse, la Difesa ha pronti gli investimenti. Ci consentirebbe di anticipare investimenti che invece altrimenti dovrebbero essere posticipati».

Già a maggio Crosetto aveva sottolineato la necessità di essere informato dal responsabile del Mef riguardo alla decisione da prendere sull’accesso al fondo, affinché le aziende del comparto potessero chiudere i contratti. Le risposte non sono ancora arrivate: un segnale che indica la riflessione ancora in corso nel governo, che probabilmente sta cercando di ragionare sulla cifra dell’importo da richiedere, probabilmente al ribasso rispetto alle prime aspettative.

E rispetto agli incrementi percentuali del Pil da destinare alla spesa per la Difesa, in occasione del question time Crosetto si è augurato che l’aumento dello 0.15-0.20 del Pil possa trovare spazio nella prossima discussione di bilancio in autunno.

La strategia di Giorgetti: barra dritta sul controllo del debito pubblico

Ed è proprio la manovra di autunno il terreno su cui si gioca il nuovo tempo della partita dei fondi per la difesa. Il responsabile dell’Economia, che in quell’occasione per il ruolo che ricopre svolgerà una funzione di primo piano, ha più volte chiarito la sua posizione sui fondi Safe, e sull’opportunità di farne richiesta a Bruxelles.

Secondo Giorgetti l’accesso ai fondi europei ha senso solo se questi miliardi vengono utilizzati per sostituire e finanziare capitoli di spesa che l’Italia ha già a bilancio per la difesa. La strategia del ministro è quella di sfruttare i tassi agevolati garantiti dall’Unione Europea per risparmiare sugli interessi rispetto all’emissione dei normali titoli di Stato, senza però gravare sul debito complessivo. Inoltre per Giorgetti la priorità dell’Italia in sede europea non è solo la difesa, ma la protezione di famiglie e aziende dall’impatto dell’aumento del costo dell’energia, anche a seguito del conflitto tra Usa e Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz. Il ministro si è adoperato affinché venisse riconosciuto a livello europeo un nesso tra la discussione sul Safe e la richiesta avanzata dall’Italia a Bruxelles per ottenere una flessibilità fiscale massima a seguito della corsa dei prezzi dell’energia.

L’Italia ha ottenuto il primo via libera sull’estensione all’energia della clausola di salvaguardia nazionale già riconosciuta per la difesa. La proposta della Commissione deve ora andare al Consiglio europeo e soprattutto vanno chiariti i confini delle misure finanziabili attraverso la deroga, che permette di assegnare all’energia fino a 7 miliardi quest’anno e 14 cumulati nel 2026-28 (rispettivamente lo 0,3% e lo 0,6% del Pil) all’interno degli spazi fiscali (fino a 35 miliardi, l’1,5% del Pil) fin qui riservati a sicurezza e riarmo (si veda anche Il Sole 24 Ore del 4 giugno).

I paletti di Meloni sulla difesa

Ma il ministro dell’Economia non è stato l’unico a frenare sulle spese per la difesa. Pur ritenendole necessarie (sono «il prezzo da pagare per la nostra libertà»), la premier Giorgia Meloni ha deciso di utilizzare il dossier Safe come leva negoziale con la Commissione europea. La logica è stata: fino a quando la Ue non avesse concesso spazi di manovra nella gestione delle spese contro il caro energia, l’Italia avrebbe evitato di nuovi prestiti per la difesa (leggasi “Safe”). Alla fine la Commissione europea ha risposto con un parziale sì alla richiesta della premier di estendere la deroga al Patto di stabilità per la difesa anche all’energia. E ora attende una risposta dell’Italia sulla firma per l’attivazione dei prestiti Safe. La partita continua.

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