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Spellbound contro-storia dell’arte al femminile

Esposte più di 50 opere di artiste e persone non-binary per rispondere a una lacuna nella storia dell’arte

di Giorgia Basili

La mostra curata da Jennifer Higgie, dal 22 gennaio al 21 marzo 2026 alla Firestorm Foundation, Stockholm

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I punti chiave

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A Stoccolma, in una sede pop-up nel cuore del Gallery District al Hudiksvallsgatan 6, la mostra «Spellbound» propone 50 opere d’arte di artiste donne e non-binary. Sono state selezionate dalle 300 che compongono la nutrita collezione di Firestorm Foundation. Opera significativa della collezione è «Eldslågor» (Fiamme ardenti), un acquerello del 1930 di Hilma af Klint che rappresenta un cuore da cui escono lingue infuocate — secondo una nota nel diario dell’artista è un utero da cui viene espulso il seme maschile — quindi l’incontro-scontro dell’energia maschile e femminile.
La Firestorm Foundation, fondata nel 2021 da Cristina Ljungberg nella capitale svedese in collaborazione con Michael Storåkers di CFHILL - spazio indipendente e art advisory di Stoccolma -, calca quindi dal titolo dell’opera sia nome che spirito: collezionare artiste donne e non-binary per rispondere a una lacuna nella storia dell’arte, quella che viene puntualizzata in libri come «The Story of Art Without Men» di Katy Hessel.
Il logo prende, invece, a modello un simbolo della maternità e della sua complessità: i ragni di Louise Bourgeois. Ljungberg, biologa e attivista americana che vive a Stoccolma da 25 anni, si dedica ad aspetti cruciali della salute femminile, come le mestruazioni e la salute sessuale, abbracciando i diritti sessuali e riproduttivi e promuovendo l’accesso globale all’aborto farmacologico. Cristina Ljungberg si definisce una filantropa, nonostante nei paesi scandinavi la filantropia generi diffidenza. Come sottolinea, questa pratica non ha a che fare solo con il denaro, ma con la cura: “quando lo investi, sai che otterrai il 100% di rendimento, senza alcun ritorno”.

«Händelsehorisont / Event Horizon», 2024 di Martina Müntzing e «Bumpman on a Tree Trunk», 2020 di Paloma Varga Weisz

La fondazione che mira a un mondo dell’arte più inclusivo ed egalitario non ha una sede fissa, si occupa di pubblicazioni, borse di studio per studenti, incontri con gli artisti, acquisizioni istituzionali, residenze artistiche — come quella intitolata a Sigrid Hjertén, che si terrà in Francia, vicino al confine con la Spagna.

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La ricerca

Le protagoniste della rassegna «Spellbound» sono artiste svedesi dalla matrice spirituale come Tyra Kleen e Hilma af Klint, surrealiste note al grande pubblico grazie a una crescente attenzione museale come Leonor Fini, Dorothea Tanning, la venezuelana Marisol Escobar, a cui il museo Louisiana di Humlebæk (Copenaghen) ha appena dedicato una mostra.

«Les patineurs - Couple ailé», 1971 di Niki de Sait Phalle

Vogliamo tuttavia soffermarci su alcuni nomi di artiste svedesi selezionate dalla curatrice Jennifer Higgie. Emergono figure che intrecciano natura, memoria, spiritualità e sperimentazione formale, delineando una genealogia nordica alternativa. Christine Ödlund (1963), rappresentata da CFHILL, lavora sull’intersezione tra arte, musica elettroacustica e scienza. La sua pratica nasce da studi sulla comunicazione vegetale condotti in ambito accademico: le piante, spiega, reagiscono chimicamente allo stress, producono suoni, possiedono forme di memoria. Nelle sue opere si fondono più media, in un dipinto si manifesta una visione cosmologica in cui l’albero diventa Axis Mundi, incarnazione dello Yggdrasill della mitologia nordica. Serpenti e cervi custodiscono le radici del mondo, mentre segni grafici simili a notazioni musicali alludono a un linguaggio indecifrato tra specie diverse.

«Lei (She)», 2018 di Liselotte Watkins

L’obiettivo è superare la barriera che ci separa dal regno vegetale, “le piante non hanno volto per questo ci risulta difficile empatizzare”, eppure hanno un’intelligenza invisibile che da sempre insegna all’uomo la bellezza della cooperazione, nel rispetto delle diversità. Il range di prezzi delle opere va dai 40.000 ai 450.000 corone svedesi (circa 3.700-42.000 euro). Anche Ann Böttcher (1973), rappresentata dalla Galleria Nordenhake, si confronta con il paesaggio, la tradizione folkloristica, la letteratura. I suoi disegni a grafite, spesso dedicati agli abeti rossi e alla foresta, si basano su materiali d’archivio e campionature tratte dalla storia dell’arte nordica, dal barocco in avanti. Nelle opere di «The Sweden Series», esposte al Moderna Museet, l’albero è simbolo della storia nazionale ed è legato alla ritualità. La dimensione urbana emerge, invece, con Barbro Östlihn (1930–1995), a lungo rimasta in ombra rispetto al marito, il pop artist Öyvind Fahlström.

«Världsträdet» / «The World Tree», 2024 di Christine Ödlund

Tra New York e Stoccolma, Östlihn sviluppa negli anni Sessanta una pittura rigorosa ma poetica: facciate di edifici newyorkesi osservate in zoom ravvicinato, trasformate in griglie che dissolvono il confine tra architettura e astrazione. Opere come «299 Grand St. NYC» (1963) o «270 Water Street (Warehouse)» (1965) restituiscono una città frammentata, modulare, dove la superficie diventa ritmo. Grazie a retrospettive istituzionali — come quella presso l’Istituto Svedese di Parigi —, la sua ricerca è stata pienamente rivalutata. Il tema della memoria e dell’identità attraversa il lavoro di Charlotte Gyllenhammar (1964), nota per le sue sculture e installazioni in cui il corpo femminile appare capovolto, sospeso, tra protezione ed esposizione. Già nel 1993, con «Die For You» al Kulturhuset di Stoccolma, un’enorme quercia rovesciata evocava radici divelte e un “anno zero” simbolico: non la distruzione bellica, che la Svezia non ha vissuto sul proprio territorio, ma quella modernista della ricostruzione e dell’ingegneria sociale che ha cancellato interi quartieri storici. L’inversione diventa così gesto politico e psichico: scavare sotto la superficie, sotto il cemento, per interrogare ciò che è stato rimosso. I prezzi da CFHILL sono compresi tra 100.000 e 2.500.000 SEK (9.300 — 234.300 euro).

«Heart (Do I have to give up me to be loved by you)», 1988 di Barbara Kruger

Dal nord della Svezia proviene Sara-Vide Ericson, che rilegge la tradizione pittorica di Anders Zorn attraverso impasti materici densi e l’inclusione di materiali naturali e organici —canne, insetti—. In opere come «The Weaver» sembra evocare una divinità naturale, lo spaziosi avvita in vortici infuocati, riflesso di momenti biografici complessi e di una tensione quasi sciamanica. Il dialogo con la cultura visiva contemporanea prosegue con Liselotte Watkins, artista che vive in Toscana e collabora con CFHILL (range 30.000 – 300.000 SEK, 2.800–280.000 euro). Proveniente dall’illustrazione di moda, concepisce dipinti e arazzi miscelando tradizioni regionali, italiane e svedesi in una reinterpretazione che si nutre della pittura di contemporanei come David Hockney. La parete del suo studio è un archivio visivo stratificato di ritagli da giornali e stampe, una sorta di “anti-Google” analogico. In questa costellazione si inseriscono sia figure storiche come Anna Petrus, protagonista dell’Art Déco nordica degli anni Venti, sia giovani artiste dalla vena narrativa come Ester Eriksson, che dalla tradizione fumettistica approda a piccole sculture in bronzo di animali (range 10.000 – 300.000 SEK, 930–280.000 euro). O ancora Katrine Helmersson, recentemente scomparsa, capace di coniugare umorismo e inquietudine in opere come «La vedova», dove il segno del morso sulla scultura introduce un dettaglio perturbante.

«Drömmar och mardrömmar» Dreams and Mardreams», 2008 di Meta Isæus-Berlin

Nel complesso, «Spellbound» non costruisce soltanto una contro-storia dell’arte al femminile, ma traccia una linea spirituale e simbolica che attraversa generazioni diverse: dall’eredità teosofica di Helena Blavatsky — fondatrice nel 1875 della Società Teosofica— fino alle ricerche contemporanee tra ecologia, scienza e metafisica.

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