Dati

Sovranità digitale significa autonomia strategica

Per Santoni, senior vice president South Europe di Cisco, le aziende devono capire quali processi sono sovrani e quali possono usare cloud pubblico

di Gianni Rusconi

Agostino Santoni. È Senior Vice President South Europe  di Cisco

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Sovranità digitale non significa necessariamente tenere i propri dati entro i confini nazionali, appoggiandosi a un’alternativa locale rispetto al cloud degli hyperscaler e quindi alle piattaforme delle varie Aws, Google e Microsoft. In un dibattito che negli ultimi anni si è arricchito di slogan fra piani industriali e strategie governative sotto l’insegna dell’indipendenza tecnologica, quella di cui sopra è probabilmente una delle prime distinzioni da fare. Per Agostino Santoni, Senior Vice President South Europe di Cisco, il punto di partenza dovrebbe essere infatti un altro. «A me piace parlare di autonomia strategica – spiega il manager italiano al Sole 24 Ore – e la grande richiesta che riceviamo dalle aziende clienti è infatti quella di capire quali processi di business devono essere sovrani e quali invece possono utilizzare tecnologie di cloud pubblico».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Oltre la localizzazione delle informazioni

La differenza, agli occhi di imprese private e PA, non può essere banale e apre a una riflessione che va oltre la semplice localizzazione delle informazioni e a una soluzione al problema del controllo operativo dei propri dati solo di natura solo infrastrutturale.

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Dopo le grandi ondate di trasformazione alimentate dalla migrazione in cloud, dalla cybersecurity e dalla sostenibilità energetica, la sovranità è diventata il nuovo attributo richiesto alle infrastrutture digitali. Cosa significa questo? Secondo Santoni, la prima domanda che aziende e pubbliche amministrazioni devono porsi nasce dalla classificazione dei processi di business, e di conseguenza chiedersi quali applicazioni sono davvero critiche e richiedono un controllo diretto e quali invece possono beneficiare della velocità e della scalabilità offerte dai grandi provider internazionali.

Santoni: tecnologia, operation e giurisdizione

Una risposta univoca non c’è, perché per una banca, un operatore energetico o un gestore aeroportuale il tema assume una rilevanza diversa rispetto a un’impresa manifatturiera. «Dobbiamo garantire a ogni organizzazione - osserva in proposito il VP di Cisco – la possibilità di scegliere». La residenza del dato, in altre parole, rappresenta solo una componente della questione perché fattori altrettanto importanti sono anche chi gestisce l’infrastruttura e quale ordinamento giuridico esercita il controllo in caso di controversie o incidenti. «La sovranità – va direttamente al punto Santoni - è tecnologia, operation e giurisdizione».

La discussione sulla sovranità digitale europea si intreccia inevitabilmente con quella della predominanza degli attori extraeuropei nel campo dei servizi cloud, dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale ma la chiave per centrare l’obiettivo dovrebbe essere meno legata alla proprietà delle piattaforme e più alla capacità di governarne e gestirne l’utilizzo.

In questa prospettiva si inserisce anche il recente annuncio con cui Cisco ha esteso nell’area Emea la propria offerta di Sovereign Critical Infrastructure (accompagnata dalla creazione di Critical National Service Center locali) per favorire, là dove richiesto, la gestione on premise dell’intero stack tecnologico e mantenerne il controllo all’interno del perimetro nazionale. E il Polo Strategico Nazionale, a detta di Santoni, è un esempio di approccio che punta a combinare la creazione di un’infrastruttura destinata a ospitare dati e servizi considerati strategici con la possibilità di utilizzare modelli cloud differenti per applicazioni meno critiche.

Il nodo delle competenze

«L’Italia è nel pieno del percorso dell’autonomia strategica», sostiene convinto il manager, inquadrando in questo percorso anche il fenomeno della cosiddetta “cloud repatriation”, ovvero sia il ritorno di asset informativi critici da ambienti cloud pubblici (gli hyperscaler) verso sistemi controllati direttamente dalle organizzazioni, fenomeno che non va comunque letto come un arretramento del processo di trasformazione. Piuttosto, sottolinea ancora Santoni, «la prima componente che un’azienda deve tenere sotto controllo è la proprietà intellettuale di ciò che produce» ed è proprio in questo ambito che la sovranità assume un significato concreto, perché riguarda la capacità di proteggere conoscenze e dati industriali che costituiscono il valore competitivo di un’impresa.

Mantenere infrastrutture e applicazioni in ambienti controllati e resilienti, per contro, richiede risorse e competenze di cui non tutti dispongono, un gap che riporta al centro della questione il capitale umano. Il punto di partenza della sovranità, conclude infatti Santoni, è il talento e l’autonomia strategica non dipende unicamente dalla disponibilità di data center e cloud nazionali o modelli di AI proprietari ma anche dalla capacità di sviluppare competenze per governare il percorso di innovazione nel suo complesso. La credibilità delle ambizioni europee in materia di sovranità digitale, insomma, non si gioca solo sulla semplice collocazione geografica dei dati.

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