Sostenibilità e moda, l’Italia guida la transizione. E le aziende fanno più dei governi
A Venezia i protagonisti dell’industria della moda discutono di come migliorare il suo impatto: si punta su riduzione delle emissioni e circolarità, ma permangono ostacoli come l’eccesso di certificazioni e di burocrazia
di Barbara Ganz
3' di lettura
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Nella città che si candida a essere Capitale mondiale della sostenibilità, forte – ricorda il presidente degli industriali Vincenzo Marinese – di un tessuto produttivo che esporta il 39% e ha programmato e realizzato investimenti per oltre 3,5 miliardi proprio su questa sfida, va in scena il Venice Sustainable Fashion Forum, in programma fino a oggi negli spazi della Fondazione Giorgio Cini. Un’iniziativa promossa da Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo e The European House-Ambrosetti, con il patrocinio di Assocalzaturifici, Camera nazionale della moda italiana e Sistema moda Italia (Smi).
È il primo summit internazionale dedicato a un futuro sostenibile del settore: due giorni per comprendere presente e futuro di un comparto chiave dell’economia italiana tramite le voci dei protagonisti e con dibattiti, analisi di trend, dati, comportamenti di mercato e best practice. Obiettivo del forum – al quale intervengono istituzioni, brand, professionisti di filiera, rappresentanti del mondo dell’industria e dell’impresa, Ong – è accelerare un percorso di transizione sostenibile in un settore che soffre di carenza di dati e di strumenti di misurazione standardizzati.
Secondo il report iniziale basato sulle rilevazioni effettuate da The European House-Ambrosetti, infatti, manca un quadro di riferimento chiaro: le stime sulle emissioni di carbonio del settore moda registrano uno scostamento fino al 310% tra le diverse fonti interpellate, e le stime sui prelievi annuali di acqua dolce da parte delle imprese evidenziano variazioni fino al 172% l’una dall’altra e fino al 429% rispetto ai dati sull’utilizzo di acqua per la produzione di jeans.
A complicare ulteriormente il quadro, l’enorme quantità di certificazioni di sostenibilità – oltre 300 – e rating ottenuti con parametri differenti e poco comparabili. «Agli addetti ai lavori è ben noto come la transizione verso la sostenibilità sia complessa – spiega Flavio Sciuccati , responsabile della divisione fashion&luxury di The European House-Ambrosetti –, a causa di fattori peculiari quali la forte segmentazione che va dal lusso di fascia alta ai segmenti più bassi, la brevità del ciclo di vita dei prodotti e il continuo rinnovamento delle collezioni, le scelte di globalizzazione e la ricerca del low cost, che hanno portato alla delocalizzazione di massa e alla frammentazione esasperata delle catene di fornitura».
Un problema per la politica e le aziende, soprattutto se si considera che il settore è una eccellenza del made in Italy, e che l’Italia, insieme alla Francia, rappresenta la maggioranza (circa l’80%) della filiera del lusso a livello globale. In questo scenario circa mille aziende europee dei settori fashion e lusso devono rendere pubbliche annualmente le loro performance quantitative di sostenibilità a partire dall’anno fiscale 2023 o, al più tardi, dal 2024, secondo gli standard introdotti dalle nuove direttive europee. L’Italia, in particolare, è prima in Europa per numero di imprese interessate da questa scadenza, quasi 300, seguita dalla Francia con più di 130 e dalla Germania con 110, mentre tutti gli altri Paesi Ue presentano una media di circa 25 aziende interessate.








