Venice Sustainable Fashion Forum

Sostenibilità e moda, l’Italia guida la transizione. E le aziende fanno più dei governi

A Venezia i protagonisti dell’industria della moda discutono di come migliorare il suo impatto: si punta su riduzione delle emissioni e circolarità, ma permangono ostacoli come l’eccesso di certificazioni e di burocrazia

di Barbara Ganz

“Venere degli stracci”, Michelangelo Pistoletto, 1967. Museo d’arte contemporanea del castello di Rivoli (Torino)

3' di lettura

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Nella città che si candida a essere Capitale mondiale della sostenibilità, forte – ricorda il presidente degli industriali Vincenzo Marinese – di un tessuto produttivo che esporta il 39% e ha programmato e realizzato investimenti per oltre 3,5 miliardi proprio su questa sfida, va in scena il Venice Sustainable Fashion Forum, in programma fino a oggi negli spazi della Fondazione Giorgio Cini. Un’iniziativa promossa da Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo e The European House-Ambrosetti, con il patrocinio di Assocalzaturifici, Camera nazionale della moda italiana e Sistema moda Italia (Smi).

È il primo summit internazionale dedicato a un futuro sostenibile del settore: due giorni per comprendere presente e futuro di un comparto chiave dell’economia italiana tramite le voci dei protagonisti e con dibattiti, analisi di trend, dati, comportamenti di mercato e best practice. Obiettivo del forum – al quale intervengono istituzioni, brand, professionisti di filiera, rappresentanti del mondo dell’industria e dell’impresa, Ong – è accelerare un percorso di transizione sostenibile in un settore che soffre di carenza di dati e di strumenti di misurazione standardizzati.

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Secondo il report iniziale basato sulle rilevazioni effettuate da The European House-Ambrosetti, infatti, manca un quadro di riferimento chiaro: le stime sulle emissioni di carbonio del settore moda registrano uno scostamento fino al 310% tra le diverse fonti interpellate, e le stime sui prelievi annuali di acqua dolce da parte delle imprese evidenziano variazioni fino al 172% l’una dall’altra e fino al 429% rispetto ai dati sull’utilizzo di acqua per la produzione di jeans.

A complicare ulteriormente il quadro, l’enorme quantità di certificazioni di sostenibilità – oltre 300 – e rating ottenuti con parametri differenti e poco comparabili. «Agli addetti ai lavori è ben noto come la transizione verso la sostenibilità sia complessa – spiega Flavio Sciuccati , responsabile della divisione fashion&luxury di The European House-Ambrosetti –, a causa di fattori peculiari quali la forte segmentazione che va dal lusso di fascia alta ai segmenti più bassi, la brevità del ciclo di vita dei prodotti e il continuo rinnovamento delle collezioni, le scelte di globalizzazione e la ricerca del low cost, che hanno portato alla delocalizzazione di massa e alla frammentazione esasperata delle catene di fornitura».

Un problema per la politica e le aziende, soprattutto se si considera che il settore è una eccellenza del made in Italy, e che l’Italia, insieme alla Francia, rappresenta la maggioranza (circa l’80%) della filiera del lusso a livello globale. In questo scenario circa mille aziende europee dei settori fashion e lusso devono rendere pubbliche annualmente le loro performance quantitative di sostenibilità a partire dall’anno fiscale 2023 o, al più tardi, dal 2024, secondo gli standard introdotti dalle nuove direttive europee. L’Italia, in particolare, è prima in Europa per numero di imprese interessate da questa scadenza, quasi 300, seguita dalla Francia con più di 130 e dalla Germania con 110, mentre tutti gli altri Paesi Ue presentano una media di circa 25 aziende interessate.

In questo senso la transizione sostenibile è una questione strategica per l’industria nazionale della moda che vale un fatturato di circa 100 miliardi, oltre 500mila addetti e più di 60mila aziende. La stessa Europa, del resto, si è posta l’ambizioso obiettivo di diventare il primo continente neutrale per emissioni di carbonio entro il 2050 e ha redatto una tabella di marcia di misure con obiettivi intermedi per il 2030.

Molte le sfide aperte, a cominciare dal potenziale enorme per i modelli circolari, che la Global Fashion Agenda stima potrebbero arrivare a valere l’80% del mercato della moda, ma vanno tenute presenti le aspettative di crescita al 2026 del modello fast fashion (circa il 7,9% annuo), spinto in particolare dai giovani al di sotto dei 24 anni, sempre più interessati al prezzo e meno alla qualità e mentre il social commerce sta crescendo più velocemente del tradizionale e-commerce, in particolare in Cina.

E in un mondo dove affrontare il tema del cambiamento climatico che mette a rischio la specie umana non è un’opzione ma una necessità, ricorda Carlo Carraro, vice presidente Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cambiamenti climatici) e professore di economia ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, di cui è stato rettore: e le imprese si stanno muovendo anche più velocemente dei governi.

Al forum anche una delle prime uscite del ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso: «Oggi al bello e ben fatto vanno aggiunti altri fattori: penso al contenuto tecnologico e anche allo sviluppo sostenibile come ulteriori elementi di eccellenza che vengono percepiti dal consumatore globale. Un valore aggiunto che chiama le imprese a una nuova consapevolezza».

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