4) Il 25% parla di una “richiesta di regolamentazione”: in pratica un quarto del campione sostiene che, in assenza di norme più severe, “l’impatto positivo degli investimenti Esg risulti limitato”.
5) L’ultima area critica fa emergere (nel 9% dei casi) delle preoccupazioni per la redditività a breve termine.
La narrazione di facciata
Secondo Claudio Honegger, co-fondatore e amministratore di Richmond Italia «il management deve abbandonare definitivamente la narrazione di facciata per abbracciare un modello in cui la sostenibilità funge da vera e propria architettura competitiva. La sfida cruciale per le imprese moderne è proprio questa: evolvere verso una gestione capace di governare con estremo rigore la complessità, i flussi di dati e i rischi operativi, rendendo la sostenibilità il vero motore del proprio vantaggio competitivo».
Honegger ha aggiunto che «il cambio di paradigma ormai non più rimandabile, considerando che oggi solo il 37% delle aziende integra realmente i principi Esg nei propri processi decisionali». Lo scetticismo italiano verso le pratiche Esg è alimentato principalmente dalla percezione che le aziende facciano largo uso di greenwashing. Il principale fattore di sfiducia riguarda i proclami pubblici e le partnership ambientali che non trovano riscontro in cambiamenti concreti nei processi produttivi (62%). Tra le criticità anche una “opacità informativa” (59%), il fatto che si considerino poco affidabili le certificazioni ambientali (38%), strategie di compensazione da rivedere (37%).
I dati del Ceo study 2025
I dati del Ceo study 2025, condotto dallo United Nations Global Compact, rivelano una interessante contraddizione. Da un lato il 99% dei ceo mondiali annuncia di voler mantenere o espandere i propri impegni di sostenibilità. Solo che “tra il dire e il fare...”. Così va sottolineato che solo il 15% si sente realmente preparato ad affrontare le principali sfide globali, tra cui la crisi climatica e l’instabilità delle catene del valore. Un paradosso che rischia di avere conseguenze pesanti anche perché – in questo caso l’analisi è del McKinsey Global Institute – si rischiano svalutazioni: secondo quest’ultima ricerca «le aziende che non riusciranno a dotarsi di un’infrastruttura dati per la gestione del rischio climatico entro il 2030 rischiano una svalutazione degli asset operativi superiore al 20% a causa dell’inadeguatezza ai nuovi standard di accountability globale».