Economia green

Sostenibilità, 5 cose da fare per inserirla nei processi decisionali

Secondo la survey Richmond-Ipsos Doxa, in Italia solo il 37% delle aziende integra i principi Esg nei modelli di business. I rischi dell’impatto climatico

di Niccolò Gramigni

 EPA

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

“Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, recita uno dei più famosi proverbi italiani. Nel mondo della sostenibilità questo concetto è calzante perché nonostante la visibilità globale delle metriche Esg permane un profondo divario tra la consapevolezza dell’importanza della sostenibilità e la sua reale implementazione operativa. Nel dettaglio, la survey Noesis - Richmond Executive Observatory in collaborazione con Ipsos Doxa, rileva che in Italia soltanto il 37% delle aziende integra effettivamente i principi Esg nei propri processi decisionali e modelli di business. Il dato evidenzia una barriera strutturale significativa, sebbene nelle grandi imprese la convinzione strategica raggiunga il 46%, confermando che, per la maggior parte del tessuto produttivo, la trasformazione rimane ancora incompiuta. Si è discusso dello stato dell’arte al Richmond Sustainability Business Forum all’Hotel Billia di Saint-Vincent.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Cinque elementi chiave

Sostenibilità sì, ma a livello concreto. La ricerca Richmond-Doxa indica le cinque aree su cui le aziende dovrebbero porre attenzione in modo da far sì che il concetto di sostenibilità non resti solo sulla carta.

Loading...

1) Per gli stakeholder è fondamentale avere “un supporto esterno” (63%): la maggioranza ritiene infatti che gli investimenti Esg “debbano essere accompagnati da innovazione e politiche pubbliche efficaci”.

2) C’è poi la barriera del greenwashing (47%): quasi la metà del campione pensa che vengano spesso utilizzati solo per finalità di marketing, ovvero per pratiche di greenwashing.

3) Il 37% parla di “valore strategico”, sottolineando che questi investimenti sono “strategici per il successo dell’azienda”.

4) Il 25% parla di una “richiesta di regolamentazione”: in pratica un quarto del campione sostiene che, in assenza di norme più severe, “l’impatto positivo degli investimenti Esg risulti limitato”.

5) L’ultima area critica fa emergere (nel 9% dei casi) delle preoccupazioni per la redditività a breve termine.

La narrazione di facciata

Secondo Claudio Honegger, co-fondatore e amministratore di Richmond Italia «il management deve abbandonare definitivamente la narrazione di facciata per abbracciare un modello in cui la sostenibilità funge da vera e propria architettura competitiva. La sfida cruciale per le imprese moderne è proprio questa: evolvere verso una gestione capace di governare con estremo rigore la complessità, i flussi di dati e i rischi operativi, rendendo la sostenibilità il vero motore del proprio vantaggio competitivo».

Honegger ha aggiunto che «il cambio di paradigma ormai non più rimandabile, considerando che oggi solo il 37% delle aziende integra realmente i principi Esg nei propri processi decisionali». Lo scetticismo italiano verso le pratiche Esg è alimentato principalmente dalla percezione che le aziende facciano largo uso di greenwashing. Il principale fattore di sfiducia riguarda i proclami pubblici e le partnership ambientali che non trovano riscontro in cambiamenti concreti nei processi produttivi (62%). Tra le criticità anche una “opacità informativa” (59%), il fatto che si considerino poco affidabili le certificazioni ambientali (38%), strategie di compensazione da rivedere (37%).

I dati del Ceo study 2025

I dati del Ceo study 2025, condotto dallo United Nations Global Compact, rivelano una interessante contraddizione. Da un lato il 99% dei ceo mondiali annuncia di voler mantenere o espandere i propri impegni di sostenibilità. Solo che “tra il dire e il fare...”. Così va sottolineato che solo il 15% si sente realmente preparato ad affrontare le principali sfide globali, tra cui la crisi climatica e l’instabilità delle catene del valore. Un paradosso che rischia di avere conseguenze pesanti anche perché – in questo caso l’analisi è del McKinsey Global Institute – si rischiano svalutazioni: secondo quest’ultima ricerca «le aziende che non riusciranno a dotarsi di un’infrastruttura dati per la gestione del rischio climatico entro il 2030 rischiano una svalutazione degli asset operativi superiore al 20% a causa dell’inadeguatezza ai nuovi standard di accountability globale».

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti