Dopo gli scontri

Somalia, il governo dichiara ritorno dell’ordine. Tensione resta alta

Mogadiscio riferisce di aver ripristinato la calma dopo le violenze fra forze di sicurezza e milizie. Ma i toni sono accesi

dal nostro corrispondente Alberto Magnani

Le strade di Mogadiscio il 4 giugno EPA

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NAIROBI - Le autorità della Somalia hanno dichiarato il ripristino dell’ordine nella capitale Mogadiscio, dopo gli scontri dilagati fra il 3 e il 4 giugno fra forze di sicurezza locali e milizie legate all’opposizione. Le violenze sono esplose in vista delle proteste attese lo scorso giovedì contro l’estensione di (almeno) un anno del mandato presidenziale di Hassan Sheikh Mohamud, una deroga che ha incassato il sostegno del Parlamento a marzo e congelato un voto programmato entro l’anno.

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Le elezioni avrebbero dovuto sancire il primo esperimento nazionale di un voto libero dalla spartizione clanica che domina da decenni il parlamento di Mogadiscio. Il rinvio ha scatenato le ire dell’opposizione e ri-alimentato le tensioni di un Paese già pervaso da fibrillazioni che includono la ribalta jihadista degli Shabaab, le pulsioni autonomiste di Somaliland e Puntland e l’intreccio più generale di tensioni che domina il Corno d’Africa. Il caos politico si consuma a pochi mesi dall’avvio delle esplorazioni turche sulle risorse energetiche a largo della costa somala, uno dei pilastri dei piani di rilancio di Mogadiscio come hub petrolifero e diplomatico fra Africa e Sud ovest asiatico. L’Alto Commissariato Onu per i rifugiati ha diramato un bilancio di 13 vittime, 189 ferite e 12.500 famiglie costrette ad abbandonare la propria abitazione.

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Le accuse alla (e della) opposizione

Il comunicato diramato dalle autorità somale parla di civili «tornati alla normalità», ma i toni non sembrano inclini alla pacificazione. Il governo accusa esplicitamente due leader dell’opposizione come l’ex primo ministro Hassan Ali Khaire e l’ex presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed di aver dispiegato «gruppi armati illegalmente» e favorito attacchi contro i civili, costringendo il governo a «rispondere di conseguenza». Entrambi hanno mosso contestazioni in senso opposto, denunciando le aggressioni delle forze governative contro le manifestazioni «pacifiche» previste il 4 giugno e disciolte dopo l’escalation.

Fonti citate dai media somali riferiscono che Ahmed sarebbe ancora «bloccato a un posto di blocco di sicurezza» e che si starebbero svolgendo «negoziati con sostegno internazionali» dopo quelli già naufragati nei giorni scorsi. Gli scontri dilagati nella capitale hanno suscitato le condanne di Unione africana, del leader Onu Antonio Guterres e dell’ambasciata statunitense a Mogadiscio, aumentando la soglia di allarme su un Paese già incalzato da più fronti di instabilità. Fra i più evidenti ci sono l’offensiva dei qaedisti di al-Shabaab e la spinta indipendentista del Somaliland, lo Stato autonomista che ha reclamato la sua indipendenza da Mogadiscio nel 1991 e ha ottenuto lo scorso dicembre l’endorsement di Israele. Le due crisi si intersecano. «Qualsiasi crisi va a vantaggio di gruppi al di fuori del sistema, come Al-Shabaab» spiega Omar Mahmood dell’International Crisis Group, un centro studi. Il crescendo di tensioni, aggiunge Mahmood, «impedisce di affrontare altre questioni fondamentali, come la definizione dello status del Somaliland o la risoluzione delle tensioni all’interno del sistema federale».

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  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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