In cima alla lista ci sono le riserve, sempre teoriche, di 10.200 tonnellate di uranio nel perimetro somalo, in aggiunta a litio, rame, titanio, oro e terre rare. Il requisito che giocherebbe a favore delle strategie di Erdogan è anche quello più carente, la stabilità del Paese sul triplo versante politico, sicuritario ed economico (si veda il nostro Termometro).
Le tre incognite che pesano sull’aspirante «hub energetico»
Sul fronte politico interno, la Somalia è in bilico fra le tensioni dello strappo di Mohamud e le pulsioni indipendentiste di Puntland e, soprattutto, un Somaliland fresco di riconoscimento israeliano.
Gli scontri di Mogadiscio, spiega Corrado Čok di Med-Or, confermano quanto l’assenza di intese fra governo e un’opposizione a base clanica mini «quell’equilibrio inter-clanico sancito dalla costituzione provvisoria del 2012 e dal parallelo meccanismo di power-sharing elettorale che (almeno temporaneamente) fermò la guerra civile iniziata negli anni ’90». Sul fronte esterno, il Paese si ritrova esposto e partecipe delle fibrillazioni che pervadono il Corno d’Africa e le sue intersezioni con il Golfo. L’Etiopia di Abiy Ahmed ha firmato nel 2024 un’intesa con il Somaliland, prima disinnescata dall’accordo di Ankara con la Somalia e poi tornata ad aleggiare dopo il blitz diplomatico israeliano.
Gli Emirati arabi uniti sono accusati da Mogadiscio di vicinanza allo stesso Somaliland e hanno scatenato le ire del governo somalo con l’affaire di Aidarous al-Zubaidi: un ribelle yemenita volato ad Abu Dhabi con una tappa nel porto di Berbera, uno sgarbo costato la rescissione dei rapporti diplomatici ed economici (gli Emirati hanno sempre smentito).
Sul capitolo terroristico, Mogadiscio soffre l’assedio dei qaedisti di al-Shabaab e teme una saldatura più profonda con i ribelli filo-iraniani Houthi. «Qualsiasi crisi li favorisce» dice Omar Mahmood dell’International Crisis Group. Sul fronte economico pesano povertà, inflazione, rese agricole erose dalla siccità, la ribalta della pirateria nel Mar Rosso. Erdogan ha imbastito una rete di rapporti «trasversali» a tutela dei suoi interessi, dice Federico Donelli dell’Università di Trieste, ma fronteggia due rischi: la stessa escalation interna e la percezione di una vicinanza «sempre meno discreta» a Mohamud, in controtendenza anche rispetto alla linea tradizionale di Ankara nei suoi rapporti internazionali. Il «piano B», dice Donelli, potrebbe essere la concentrazione su investimenti costieri e attività offshore, più «difendibili» rispetto alle dinamiche che scuotono gli equilibri interni della Somalia. In sospeso, ancora una volta, fra le fragilità e quegli investimenti che potrebbero «valere miliardi».