Soft power e multilateralismo per una geopolitica di persuasione e tecnologia
Il gruppo internazionale, guidato dall’Italia, presenta un indice del Soft Power per affrontare i rischi delle tecnologie per la sicurezza globale
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Promuovere un multilateralismo pragmatico ed efficace. Rafforzare la capacità degli Stati di attrarre consenso attraverso la persuasione. Modellare ed aggiornare regole di convivenza fondate su valori comuni. Sviluppare benessere e crescita attraverso la cultura, l’innovazione, le arti, lo sport.
Sembra una lista dei desideri impossibili ma è solo una parte di ciò che si definisce “soft power”. Reso celebre dai lavori del politologo americano Joe Nye, scomparso qualche mese fa nel pieno della battaglia culturale tra l’Amministrazione Usa e l’Università di Harvard, di cui è stato Professore Emerito, il “potere gentile” non ha mai voluto sostituire o superare la forza militare, la capacità coercitiva anche in chiave di deterrenza. È piuttosto un’altra dimensione, utile ad amplificare e rafforzare il ruolo degli Stati nella definizione delle nuove regole del gioco.
In un mondo che va modellandosi rapidamente attorno a sfere d’influenza e in cui la sola regola rimasta sembra essere quella del più forte, c’è in apparenza uno spazio molto ristretto per l’esercizio della diplomazia e della costruzione del consenso.
In realtà non è così. I Paesi competono per attrarre risorse, investimenti, conoscenze e talenti. Dichiarare il fallimento della persuasione e del soft power significa rivolgersi drammaticamente alla sola conquista territoriale e all’aggressione. Rivendicarne invece il ruolo non è un esercizio nostalgico, quanto piuttosto l’idea che la crisi traumatica del multilateralismo non deve essere necessariamente il caos.
I trent’anni alle nostre spalle hanno spalancato le porte a nuove opportunità, hanno consentito ad un miliardo di persone di uscire dalla soglia di povertà, hanno lanciato nelle nostre vite novità e tecnologie dirompenti. Il problema è che questa corsa frenetica si è associata alla più importante redistribuzione del potere della storia contemporanea, cosa che per definizione premia pochi e lascia ai margini molti. Molti Stati, molte comunità, molti individui.








