Il convegno a Roma

Soft power e multilateralismo per una geopolitica di persuasione e tecnologia

Il gruppo internazionale, guidato dall’Italia, presenta un indice del Soft Power per affrontare i rischi delle tecnologie per la sicurezza globale

di Gianluca Ansalone

(Adobe Stock)

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Promuovere un multilateralismo pragmatico ed efficace. Rafforzare la capacità degli Stati di attrarre consenso attraverso la persuasione. Modellare ed aggiornare regole di convivenza fondate su valori comuni. Sviluppare benessere e crescita attraverso la cultura, l’innovazione, le arti, lo sport.

Sembra una lista dei desideri impossibili ma è solo una parte di ciò che si definisce “soft power”. Reso celebre dai lavori del politologo americano Joe Nye, scomparso qualche mese fa nel pieno della battaglia culturale tra l’Amministrazione Usa e l’Università di Harvard, di cui è stato Professore Emerito, il “potere gentile” non ha mai voluto sostituire o superare la forza militare, la capacità coercitiva anche in chiave di deterrenza. È piuttosto un’altra dimensione, utile ad amplificare e rafforzare il ruolo degli Stati nella definizione delle nuove regole del gioco.

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In un mondo che va modellandosi rapidamente attorno a sfere d’influenza e in cui la sola regola rimasta sembra essere quella del più forte, c’è in apparenza uno spazio molto ristretto per l’esercizio della diplomazia e della costruzione del consenso.

In realtà non è così. I Paesi competono per attrarre risorse, investimenti, conoscenze e talenti. Dichiarare il fallimento della persuasione e del soft power significa rivolgersi drammaticamente alla sola conquista territoriale e all’aggressione. Rivendicarne invece il ruolo non è un esercizio nostalgico, quanto piuttosto l’idea che la crisi traumatica del multilateralismo non deve essere necessariamente il caos.

I trent’anni alle nostre spalle hanno spalancato le porte a nuove opportunità, hanno consentito ad un miliardo di persone di uscire dalla soglia di povertà, hanno lanciato nelle nostre vite novità e tecnologie dirompenti. Il problema è che questa corsa frenetica si è associata alla più importante redistribuzione del potere della storia contemporanea, cosa che per definizione premia pochi e lascia ai margini molti. Molti Stati, molte comunità, molti individui.

Ciò non vuol dire che l’idea di un mondo aperto, interdipendente e connesso sia da buttare via. Piuttosto, quel mondo va ripensato e aggiornato in modo da non chiudere le porte al cambiamento, per molti versi ineluttabile, ridefinendo, attualizzando e migliorando però le regole del gioco.

Questo è lo spirito che da alcuni anni anima un gruppo di studiosi, imprenditori, intellettuali, manager, civil servants internazionali che hanno dato vita, su impulso di Francesco Rutelli, al Soft Power Club. I membri del club, di provenienza ed estrazione globale, sono spinti dalla comune volontà di contribuire a rilanciare un multilateralismo pragmatico ed efficace. E lo fanno dall’Italia, Paese che per storia, tradizione e capacità d’innovazione, ha un ruolo unico nella promozione del soft power a livello globale.

In questi giorni, a Roma, il Club si riunisce per affrontare sfide inedite anche solo un anno fa, vista la rapidità dei cambiamenti attorno a noi. La conferenza si occuperà di due grandi temi: la misurazione del soft power dei Paesi e l’impegno contro l’utilizzo delle tecnologie emergenti e delle piattaforme a fini di ingerenza e manipolazione.

Il primo tema è di cruciale importanza. L’efficacia di qualsiasi nostra azione viene ormai definita in termini di misurabilità. Se qualcosa non è misurabile viene semplicemente considerata inutile o superflua. Come misurare l’impatto anche economico della cultura di un Paese? Quanto vale la sua immagine? Quanto potere generano il suo patrimonio, il suo cibo, la sua innovazione in campo culturale? A queste domande hanno dato risposta di recente due eminenti economisti del Fondo Monetario Internazionale, che per primi hanno elaborato un indice sintetico di misurazione del soft power dei Paesi a livello globale. Si tratta di un indice complesso e articolato che uno degli autori, Serhan Cevik, presenterà a Roma nel corso della conferenza, ospitata presso la sede della Banca d’Italia. Grazie agli interventi di Lord Charles Powell, già capo di Gabinetto di Margareth Thatcher, del Sindaco di Roma Gualtieri, città che racchiude storia e innovazione ampiamente misurabili, come ben dimostrano i dati di accoglienza dei pellegrini da tutto il mondo durante il Giubileo appena concluso, e di rappresentanti della nostra Banca centrale, della Banca Mondiale e della Fondazione Mattei, i membri del Club lavoreranno ad una codifica sempre più precisa e solida di un indice in grado di misurare gli impatti del soft power sul successo, il posizionamento e la crescita economica e sociale dei Paesi, a cominciare dal nostro. Il lavoro del Fondo Monetario Internazionale già chiarisce in maniera inequivocabile come il potere non abbia un’unica dimensione e non debba dunque essere misurato solo attraverso il rapporto percentuale tra spese militari e Prodotto Interno Lordo.

Questa stessa sessione sarà l’occasione per annunciare il lancio di un Osservatorio permanente sulla geopolitica del cibo, di nuovo un aspetto che mette l’Italia al centro della nuova competizione globale. Promosso dal Soft Power Club, Confagricoltura e Future Proof Society, l’Osservatorio si occuperà, tra le altre cose, della elaborazione di un indice del soft power del cibo.

La successiva sessione della conferenza, ospitata alla Camera dei Deputati, affronterà un secondo aspetto particolarmente rilevante: l’uso delle nuove tecnologie a fini di mistificazione e ingerenza negli affari interni degli Stati. Abbiamo già raccolto una quantità enorme di esempi e testimonianze di un uso che non dobbiamo esitare a definire militare e strategico di disinformazione e manipolazione, in grado letteralmente di mettere in crisi la tenuta sociale ed economica dei singoli Paesi. Le rivolte nelle strade di Londra dopo la diffusione di un falso video che accusava un immigrato irregolare del massacro di alcuni studenti in un campo scuola o il falso ritiro della candidata favorita alle elezioni politiche in Irlanda sono solo gli esempi più recenti dell’utilizzo sistematico della rete per aggredire i pilastri della vita interna degli Stati e generare caos.

Gli interventi del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, del Vice Presidente della Camera Giorgio Mulè e del Presidente della Commissione Cultura, Scienza ed Istruzione, On. Mollicone, faranno da sfondo al keynote speech di Alberto Tripi, Presidente di Almaviva e del Direttore Generale dell’Agenzia dell’Onu per l’Energia, Fatih Birol. Imprenditori, manager, giuristi, esperti di comunicazione, membri del Club e politici come Antonio Nicita si confronteranno sulle implicazioni dell’uso pervasivo delle nuove tecnologie, a cominciare dall’Intelligenza Artificiale, per sancire un principio molto chiaro: la rivoluzione tecnologica è in atto, è irreversibile e va abbracciata. I suoi effetti saranno dirompenti sotto molti aspetti, per la maggior parte positivi. Ma non possiamo nascondere o ometterne i rischi, che vanno quindi ponderati ed affrontati. La proposta che verrà lanciata è molto chiara: la tecnologia deve essere un alleato prezioso di Governi, agenzie ed aziende per individuare e localizzare minacce sistemiche alla sicurezza, alla prosperità e alla stabilità degli Stati. La Conferenza avanzerà la proposta di un Trattato internazionale per limitare l’utilizzo di queste tecnologie a fini militari, per contenere le nuove minacce sistemiche, per impedire di delegare all’Ia l’uso delle armi, per scongiurare il pericolo di un’infiltrazione nel “tessuto nervoso” dei Paesi. Durante la Guerra Fredda, fu proprio la sigla di un accordo sulla limitazione delle armi strategiche, lo Start, ad aprire uno spiraglio di fiducia e dialogo tra due superpotenze sull’orlo della distruzione nucleare reciproca.

Si tratta di un piano d’azione complesso, che il Soft Power Club vuole mettere a disposizione dei decisori pubblici, nazionali ed internazionali. Non, quindi, il semplice ottimismo della volontà ma il ripensamento profondo e concreto di cosa sia oggi diventato il potere, di come lo si eserciti e di quanto ci sia uno spazio ancora significativo per un potere che si coniuga con quello militare e può essere non meno efficace.

Esperto di geopolitica, co-fondatore del Soft Power Club e autore del volume di prossima pubblicazione Estremi – Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione (Guerini, aprile 2026)

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