La memoria è il filo rosso che lega le tracce della prima prova
L'analisi delle prove proposte dal ministero e della differenza tra gli autori e i temi proposti
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“Sarà un cielo chiaro”, come il cielo di giovedì 18 giugno, quello che Cesare Pavese evoca pensando a Constance Dowling in Passerò per piazza di Spagna, la poesia scelta per la tipologia A1 dell'esame di maturità. Constance è già lontana e il cuore del poeta è già spezzato, eppure il suo ricordo illumina tutto, “le scale / le terrazze le rondini / canteranno nel sole”; perfino “le pietre canteranno”. La memoria è un filo rosso che lega diverse tipologie di questa maturità, ed è nel suo segno che attendo alle operazioni della prima prova. Il ricordo di quando si è stati felici: così Pavese e così Vitaliano Brancati. “Se noi non ricordassimo, il mondo sarebbe sottilissimo”, scrive Brancati in un passo de I piaceri, e continua: “Una delle condizioni più misere delle epoche infelici, non è di rimpiangere vanamente la felicità, ma di averla totalmente dimenticata”.
Un circolo di generazioni
È dunque soprattutto sul ricordo che siamo chiamati a soffermarci, oggi; del resto, la scuola aggiorna l'apparato testuale su cui riflettere ma, alla luce di suggestioni nuove, il rito resta lo stesso: vocabolari, fogli protocollo da vidimare uno per uno, sguardi concentrati sempre allo stesso modo che similmente si sollevano e provano, interrogando il vuoto, ad afferrare la parola esatta, poi tornano a fissare il bianco tra una riga e l'altra. Vivificano, senza saperlo, la memoria di chi li ha preceduti: anche la mia memoria. Ero come loro, il giorno in cui è toccata a me, ed ero come mio padre quando è toccata a lui. È un circolo di generazioni che qui si incontrano, tenendosi, assottigliando i confini; e, in questo senso, non mi pare sia un male.
Furedi: la pericolodità di non avere confini
Al contrario, sulla pericolosità di non avere confini tra le età interiori insiste il sociologo Frank Furedi, nell'estratto dal pur problematico titolo I confini contano. Furedi parla di “adultescenti”, venti-trentacinquenni che non riescono a crescere, a prendersi responsabilità, a segnare e oltrepassare un confine dopo il quale potersi guardare indietro con la distanza della memoria, senza idealizzazioni né la paura di affrontare il mostro per molti sconfortante dell'essere adulti, “maturi”. Un monito per i ragazzi seduti qui, oggi, a trovare il coraggio di evolvere, a non restare intrappolati in una superficialità quotidiana che, anno dopo anno, potrebbe trasformarli in qualcosa che ogni buon insegnante troverebbe triste, per i propri alunni: in niente.
Metamorfosi e fatica: Mario Calabresi
Ma costa sforzi, la metamorfosi, e la fatica è un altro grande spauracchio dei nostri tempi, come scrive il giornalista Mario Calabresi in Alzarsi all'alba. In troppi studenti noto un odio genuino per qualsiasi attività costi anche un briciolo di fatica, non (o non più) considerata anche “dedizione, costanza, pazienza, tenacia”, ma intralcio da evitare in nome di una comodità anodina e dell'idea, facile a trasformarsi in preteso diritto, di conquistare una meta senza sudore.
Saragat e l'Assemblea Costituente
Anche qui può aiutare la memoria, se si fa memoria civile, patrimonio da condividere e perpetuare: l'estratto dal discorso di insediamento del Presidente dell'Assemblea Costituente Giuseppe Saragat, il 26 giugno 1946. Il “cammino aspro, irto di ostacoli” della Repubblica italiana, così faticoso “ma che sale verso libere altezze” è monumento all'impegno collettivo, è “marcia in avanti” di cui essere grati ogni giorno—a patto che non ci passi di mente.
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