Smart working? Fantastico, ma con qualche problema ancora da risolvere
Questa soluzione non deve diventare isolamento: non può essere come giocare a calcio in una squadra senza fermarsi mai un attimo nello spogliatoio
di Lorenzo Cavalieri *
4' di lettura
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Molti di noi hanno bollato come una trovata promozionale il recente annuncio del ceo di Twitter: “I nostri dipendenti lavoreranno in smart working per sempre”. È ovvio che per chi passa le proprie giornate con le dita sulla tastiera di un pc o in riunione con i colleghi non ci siano reali differenze tra la casa e l’ufficio. Chi lavora in Twitter non mette le mani su un paziente, o su una catena di montaggio, non interroga bambini alla lavagna e non consegna merci.
La sensazione che si respira tra i colletti bianchi italiani è che per la maggior parte di noi il lavoro da remoto resterà una prospettiva residuale nel nostro complessivo tempo di lavoro. Rientreremo in sede, magari guadagneremo qualche venerdì o lunedì in più a casa e poi per il resto riprenderemo i ritmi di sempre. In realtà come sempre nessuno di noi sa come andrà a finire. I sondaggi dicono che in Italia circa 8 milioni di persone hanno sperimentato questa esperienza e che la maggior parte degli italiani l’ha “molto” apprezzata.
Se non apparteniamo al mondo delle fabbriche, degli ospedali, dei bar e dei negozi di quartiere oggettivamente la prospettiva di connettersi e lavorare dal divano rappresenta una tentazione molto seducente. Molti manager e impiegati hanno cominciato a chiedersi perché spendere 2000 euro d’affitto per un appartamento a Milano quando lo stesso lavoro poteva essere portato a termine da una villa sul mare del Salento spendendo un quarto.
Le mamme e i papà hanno trovato un equilibrio faticoso tra lavoro e famiglia, ma sono contenti di aver guadagnato tempo di valore inestimabile con i propri bimbi. Tanti venditori che hanno presentato e venduto i propri prodotti davanti a uno schermo hanno realizzato che si poteva fatturare anche senza sobbarcarsi migliaia di chilometri in auto. E gli “emigranti involontari” (quelli che se potessero tornerebbero) hanno visto concretizzarsi l’opportunità di lavorare “a Londra da Potenza”.
Sono molte le categorie di lavoratori che hanno assaporato concretamente la possibilità di un’altra vita. Secondo alcune stime nelle cosiddette economie sviluppate i lavori remotizzabili senza particolari impatti operativi costituirebbero circa il 30% del totale. Una percentuale che cresce in quei contesti dove più alto è l’impatto di prodotti e servizi innovativi ad alto valore tecnologico.







