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Industria tessile
Slow Fiber festeggia i tre anni con il decalogo della moda responsabile
Iniziativa dell’associazione presieduta da Dario Casalini. L’Associazione ispirata a Slow Food elabora buone pratiche per correggere storture nei modelli produttivi e di consumo
È nata tre anni fa, il 7 novembre del 2022, come una costola del Movimento Slow Food, ma nel settore del tessile. Slow Fiber festeggia i tre anni di vita facendo il punto del percorso fatto finora, mettendo a sistema buone pratiche e transizioni possibili e provando a rilanciare su un modello sostenibile di industria tessile.
Iper-consumismo, impatto ambientale, consumo delle materie prime, gestione squilibrata dei cicli produttivi. Sono solo alcuni degli aspetti critici di un settore che genera il 10% di emissioni di CO2, consuma il 20% dell’acqua complessivamente utilizzata nel mondo, con i processi tintoriali come seconda maggiore causa di inquinamento delle acque, senza dimenticare, ricorda Slow Fiber, che immette nell’ambiente oltre 90 milioni di tonnellate di rifiuti solidi all’anno tra cui le microplastiche, rilasciate a ogni lavaggio dagli indumenti in fibra sintetica. Senza dimenticare l’impatto sociale legato al lavoro povero e allo sfruttamento.
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A chiamare a raccolta soci del Movimento Slow Fiber, esperti, studenti e imprenditori è il presidente dell’associazione Dario Casalini, in un convegno promosso per favorire il confronto e il progresso, nel settore, sulle tematiche legate alla sostenibilità. La prossima tappa dell’associazione, anticipa Casalini, potrebbe essere quella di varare un vero e proprio vademecum sul consumo responsabile, un decalogo da costruire in chiave collegiale, mettendo insieme buone pratiche e sensibilità diverse, e che potrebbe diventare uno strumento pubblico, scaricabile online dal sito di Slow Fiber per favorire la cultura della sostenibilità anche nel mondo dei consumi.
«Un modello alternativo è possibile, è sempre esistito e va solo riscoperto. Se felicità e benessere non sono egoistica soddisfazione di bisogni individuali ma beni relazionali che non ammettono il degrado ambientale e la sofferenza degli altri, dobbiamo affermare con le nostre scelte quotidiane che può essere bello solo ciò che è buono, sano, pulito, giusto e durevole. Slow Fiber è nata con questa speranza» sottolinea il presidente dell’associazione Casalini.
L’ispirazione originaria del Movimento resta quella di riunire aziende italiane della filiera del tessile, con l’obiettivo di creare e promuovere modelli industriali «che offrano prodotti belli perché buoni, sani, puliti, giusti e durevoli, rispettosi della dignità degli esseri umani e del resto della natura nei suoi delicati equilibri». Con queste premesse dunque si svolge alla Fondazione Sandretto il primo congresso dell’associazione, appuntamento che cade in una fase assai critica, nella quale una serie di inchieste e fatti di cronaca hanno messo in evidenza le falle di sostenibilità anche nella fascia più alta di mercato, dominata dai grandi brand del fashion e dell’Alta Moda.
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Uno dei capisaldi di Slow Fiber è la necessità di cambiare il modello culturale che sta alla base di molte delle attuali storture produttive e di consumo. Un tema che riguarda le scelte e i modelli di business delle imprese ma che al contempo rappresenta un potenziale cambio di rotta nel mondo dei consumi. «Per questo - evidenziano gli organizzatori - è fondamentale la consapevolezza da parte dei consumatori dell’impatto che le scelte quotidiane hanno sull’ambiente naturale, sociale, economico e sulle persone. Solo così è possibile tornare a produzione e consumi più sostenibili, soprattutto pensando a un futuro alleggerito di troppi sprechi, troppi rifiuti, troppo sfruttamento di risorse ed esseri umani».
A rappresentare il manifesto dell’Associazione è il libro scritto dal presidente Dario Casalini “Vestire buono pulito e giusto”, pubblicato sul sito dell’associazione (https://www.slowfoodeditore.it/it/assaggi/vestire-buono-pulito-e-giusto-9788884996732-931.html). Le aziende della rete rispettano una serie di condizioni condivise: non devono aver dato in subappalto più del 30% della produzione negli ultimi tre anni; devono avere sede legale e operativa nel territorio di riferimento; devono investire in sostenibilità almeno l’1% del fatturato annuo; devono usare almeno il 50% di materie prime certificate; devono avere almeno il 70% di fornitori di prossimità e garantire un certo tasso di turnover; devono infine monitorare il tema della parità di genere.
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