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Focus sulla resilienza digitale
Sistema cyber dell’Egitto: ambizioni alte, ma capacità da costruire
Il baricentro è l’EG CERT, il team nazionale di risposta agli incidenti. Aziende ancora piccole e non integrate. Spicca iSec, tra i pochi attori con ambizioni regionali, capace di offrire servizi offensivi (red team) e difensivi
Sicurezza informatica. La bandiera dell'Egitto, accompagnata da un crittogramma blu e da una freccia rivolta verso l'alto con un lucchetto. Alamy Stock Photo
L’Egitto ha chiaro l’obiettivo: diventare un Paese “robusto, resiliente e sicuro” nello spazio digitale. Lo dice la Strategia nazionale per la cybersecurity 2023-2027, che punta a proteggere infrastrutture critiche, far crescere un’industria locale e creare occupazione qualificata. Ma tra ambizioni e realtà si apre ancora un divario: il tessuto industriale è frammentato, l’offerta formativa è disallineata al mercato e il gap di competenze resta ancora troppo ampio.
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Il quadro normativo poggia su due pilastri: la legge sui crimini informatici (2018) e quella sulla protezione dei dati personali (2020). Manca però una legge organica sulla cybersecurity, ancora in lavorazione, che renda coerente l’applicazione degli standard. Sul fronte operativo, il baricentro è l’EG CERT, il team nazionale di risposta agli incidenti: riferimento per infrastrutture critiche e pubblica amministrazione, ma con un raggio d’azione che fatica a includere il perimetro delle piccole e medie imprese, cuore dell’economia egiziana.
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Gli operatori
La maggior parte dei provider sono concentrati al Cairo, spesso sotto i 50 dipendenti. Spicca iSec, tra i pochi attori con ambizioni regionali, capace di offrire servizi offensivi (red team, penetration test), difensivi (SOC, security operation center, e incident response). Accanto a iSec, realtà come Keys Cyber, Absega o WASS coprono nicchie specifiche: dalla gestione del rischio al monitoraggio 24/7, fino alla sicurezza cloud. Il quadro è però quello di un mercato polverizzato, con capacità limitate di scalare su grandi incidenti senza l’appoggio di vendor internazionali. Una dipendenza che, nei momenti di crisi, può rallentare la risposta e aumentare i costi.
Sul versante della formazione, l’offerta è abbondante ma spesso troppo teorica. Le grandi università pubbliche – Cairo University, Ain Shams, Alexandria, Mansoura, Menoufia – integrano moduli di sicurezza nei corsi di informatica e ingegneria, ma i percorsi full degree dedicati sono pochi. Fanno eccezione programmi strutturati come quello della Université Française d’Égypte (cybersecurity & communications engineering) o l’Arab Open University, che puntano su curriculum verticali e scambi internazionali. Il Ministero delle Comunicazioni ha attivato iniziative di e learning e nel Paese operano circuiti di certificazione (EC Council, tra gli altri). Eppure le aziende continuano a segnalare la necessità di formare internamente i neoassunti per 12 18 mesi prima che siano pienamente operativi.
Il mismatch
Il nodo è il mismatch tra ciò che si insegna e ciò che serve sul campo. Le imprese cercano competenze operative immediate: gestione di SOC e SIEM (security information and event management), threat hunting, risposta agli incidenti, analisi malware; sul fronte offensivo, capacità di red teaming avanzato ed exploit development; sul cloud, architetture sicure multi cloud, container security e DevSecOps (integrazione cyber nella fasi di sviluppo software). Cresce poi la domanda di profili capaci di integrare le diverse figure impegnate nella detection e nell’automazione della risposta. A queste si aggiungono soft skill non negoziabili: comunicazione del rischio, pensiero critico, project e stakeholder management. È qui che molti laureati arrivano privi di capacità operative.
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Il settore bancario racconta bene questa tensione: tra i più regolamentati e consapevoli del rischio, fatica a reperire talenti con esperienza su SOC management e threat intelligence. Risultato: si assumono profili generalisti da “convertire” alla sicurezza, con inevitabili ritardi nel colmare le posizioni chiave e una resilienza operativa che resta esposta nel breve periodo.
Gli interventi
Tre leve appaiono determinanti. Primo, completare il quadro legislativo con una legge organica che allinei standard, obblighi di segnalazione e requisiti minimi per settori critici. Secondo, far crescere la base industriale: incentivi fiscali e procurement pubblico “aperto” possono aiutare le aziende locali a scalare, anche tramite partnership con player globali e centri di eccellenza settoriali (energia, finanza, sanità). Terzo, riformare la formazione: corsi universitari più corti e pratici, laboratori con scenari d’attacco reali, stage obbligatori, e riconoscimento formale di certificazioni hands on nel sistema dei crediti. Un investimento mirato su bootcamp e academy aziendali, co progettati con l’industria, può accorciare drasticamente il time to productivity delle figure junior.
L’Egitto ha gli ingredienti per accelerare: una popolazione giovane, una buona base STEM a livello universitario e una chiara direzione politica. Ma la resilienza cyber non si decreta: si costruisce. Richiede capacità operative diffuse, filiere locali in grado di reggere l’urto degli incidenti maggiori, e soprattutto professionisti pronti il primo giorno di lavoro a stare in cabina di regia. Finché questi tre elementi non andranno a regime, l’ambizione resterà un passo avanti rispetto alla realtà.
A distanza di qualche giorno dalla conclusione del vertice, proviamo a fare un bilancio: chi esce rafforzato da Évian? Quali risultati concreti sono stati raggiunti? E soprattutto: in un mondo sempre più...