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Sinner: «Non mi pesa, ma ho lavorato tanto per arrivare dove sono e il lavoro non finisce mai»

Strategie, lifestyle e nuove rotte di un campione globale che allo Us Open si batte per restare numero 1 al mondo

di Eliana Di Caro

US Open, martedì il debutto di Sinner: "Mi sento bene, sarò al 100%"

7' di lettura

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Elegante e disinvolto in pantaloni blu, come i mocassini scamosciati, e girocollo panna a costine (naturalmente Gucci), Jannik Sinner non ha l’aria seria e concentrata delle conferenze stampa post partita. Né tantomeno mostra alcun segno del malessere che gli ha precluso la finale contro Alcaraz a Cincinnati. L’atmosfera è leggera e piacevole, al 18° piano del Core, esclusivo club sulla Fifth Avenue a Manhattan, dove il numero uno del mondo ha annunciato venerdì sera la partnership con Explora Journeys, il marchio di viaggi oceanici di lusso del gruppo Msc di cui è diventato global brand ambassador, a conferma che il tennis è il perno di una carriera attorno al quale ruota molto altro. Le sponsorizzazioni, il patrimonio immobiliare, le pubblicità, la fondazione e – come in questo caso – il ruolo di ambasciatore (accade già per Gucci, appunto, Rolex, De Cecco). Il fronte viaggi era scoperto nell’“universo Sinner”: quale luogo più indovinato di New York, con gli Us Open al via (dove è campione in carica), per il battesimo di un altro connubio al cui centro – ha sottolineato lui – è la ricerca del benessere e di quell’equilibrio fondamentale anche fuori dal campo nella vita di un tennista? Una condizione che sperimenterà subito dopo lo Slam americano, quando si concederà qualche giorno di riposo godendosi una crociera nel Mediterraneo, ha aggiunto sorridendo, mentre la presidente di Explora, Anna Nash, ricordava come Jannik incarni i valori del gruppo, dall’autenticità all’eccellenza. Applausi, brindisi, finger food e tanti cellulari in alto a scattare foto e girare video, alla presenza del team al completo – i coach Simone Vagnozzi e Darren Cahill, il manager Alex Vittur, il preparatore atletico Umberto Ferrara, l’ufficio stampa Fabienne Benoit – prima di una chiacchierata in un salottino tranquillo del club. Dove Sinner si è raccontato a tutto campo, mostrando la solita prudenza e ponderatezza quando si parla di tennis, e una naturale semplicità nel soffermarsi sulla vita di tutti i giorni. Un po’ come il suo gioco: composto, pulito, attento nelle geometrie, mai irrazionale.

Ranking ATP: Sinner sempre n. 1, ma Alcaraz si avvicina

Gli allenamenti dei giorni scorsi hanno confermato che sta bene, ha recuperato dopo il virus che ha rovinato l’epilogo del Masters Mille in Ohio, come aveva detto anche nel Media day degli Us Open (dove debutterà martedì 26 contro il ceco Vit Kopriva). Ma non gli interessa partecipare al dibattito in corso sul circuito sovraffollato di tornei, in orari proibitivi, a ritmi senza sosta: «Ci sono delle dinamiche dietro che probabilmente noi non sappiamo. In questo momento è inutile parlarne, alcune cose funzionano, altre meno… non si può raggiungere la perfezione e noi tennisti abbiamo punti di vista differenti. In ogni caso fare un torneo è una nostra scelta, io ho deciso in base a quello che mi può aiutare per il futuro, allo stesso tempo è vero che sono in una posizione diversa. Non andremo mai tutti d’accordo». La sua è la prospettiva di chi ha compiuto un percorso straordinario in pochi anni, con venti titoli Atp all’attivo, inclusi quattro Slam: difenderà quello americano nelle prossime due settimane, nella New York in cui nel 2019 festeggiò i diciotto anni approdando per la prima volta al tabellone principale dalle qualificazioni (perse al primo turno con Stan Wavrinka, cui presto non avrebbe dato più scampo).

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Il ragazzino che, tredicenne, era andato da Sesto Pusteria a Bordighera per concretizzare le potenzialità del suo tennis nell’accademia di Riccardo Piatti è diventato un fuoriclasse: una parabola ascendente al di là di ogni aspettativa. Rievoca con affetto i tempi della Liguria, l’adattamento non facile, i primi due anni vissuti con l’allenatore bosniaco Luka Cvjetkovic, la moglie, i due figli e il loro cane: «Presto mi sono sentito parte della famiglia, come un fratello maggiore. Io ne ho uno (Mark, ndr) e so cosa significa, volevo esserlo anche per quei due ragazzi». Un nido acquisito, lontano dai suoi e dai nonni che lo coccolavano con cotolette e canederli, mentre i genitori lavoravano. Un’adolescenza in cui non ha potuto vivere le esperienze dei coetanei: non gli è pesato? Mai un ripensamento? «No, onestamente, perché è stata una mia scelta, in primis; potrei farlo ora, ma non ho voglia. Poi non mi pesa la vita che sto facendo, mi viene tutto abbastanza naturale: prendere un aereo, volare in un altro continente, ormai mi sono abituato. Né mi è mancato quell’aspetto», taglia corto.

Successi costruiti con tenacia

In questa strada costruita con meticolosità e tenacia ripagate da una progressione nei risultati, stagione dopo stagione, ci sarà stato un momento chiave, un successo che ha segnato il cambio di passo e gli ha fatto dire “allora posso davvero farcela”… «Credo non sia solo una partita. Ci sono molte cose da considerare, ho lavorato tanto per arrivare dove sono, allo stesso tempo è un lavoro che non finisce mai», commenta con pacatezza, e quando si cita l’exploit della seconda parte del 2023, con il titolo in qualche modo spartiacque di Pechino (vinse in finale con Medvedev, per la prima volta dopo sei sconfitte: da allora non si è più fermato), ribadisce che farlo vuol dire guardare a valle «i risultati» dietro i quali «ci sono almeno sei mesi» di fatica. Poi certo, se «si esamina il torneo in sé, sì, è vero; subito prima è stato importante anche il traguardo a Toronto, il primo Masters Mille, quindi ho iniziato a vincere altri tornei l’anno dopo (a cominciare dal primo epico Slam, in Australia, ndr), facendo sempre un passo in avanti dal punto di vista della qualità».

Pian piano, è emersa un’arma cruciale, al di là dei colpi, della potenza, della capacità di difendere fino al limite, dei miglioramenti costanti nel servizio: la forza mentale, la freddezza nei punti importanti, l’abilità nella gestione della pressione. Un plus su cui molti suoi colleghi non possono contare. Come ha raggiunto questa condizione? Quanto pesa il mental coach nel suo allenamento? «Pesa tanto, nulla è casuale», risponde senza esitazione. «Ognuno di noi lavora per migliorare sé stesso: per arrivare al punto in cui mi trovo ho dovuto accettare alcuni miei difetti e all’inizio ho fatto fatica». Quali, Jannik? «Non essere paziente, volere tutto e subito. Non era questa la soluzione, bisogna insistere su ogni dettaglio e poi mettere insieme pian piano i pezzi del puzzle. Il che non vuol dire che ora, da numero uno, il lavoro sia completo, ce n’è ancora da fare, ma i progressi sono impercettibili, a volte non sembra di vederli e invece stai andando avanti. Sicuramente il mental coach è importante, lavoro con Riccardo (Ceccarelli, ndr) da tanti anni, è un aspetto da cui volevo partire perché sentivo un piccolo deficit».

La rivalità con Alcaraz

Nel frattempo si è ormai definita la rivalità con Carlos Alcaraz che entusiasma i tifosi di tutto il mondo. Un duo che ricorda i tempi di Federer-Nadal, con tanto di aka (acronimo che sta per also known as) “Sincaraz”, dalla fusione dei due cognomi, come “Fedal”, radicato nel cuore di tanti appassionati. Sulla competizione tra i due ventenni del momento è uscito già un libro negli Stati Uniti, proprio in questi giorni: lo ha scritto Giri Nathan – cofondatore del sito Defector Media e colonna del giornalismo americano sul tennis – e si chiama Changeover: A Young Rivalry and a New Era of Men’s Tennis (Simon & Schuster). Il riferimento è al passaggio di testimone dai big three (Rafa, Roger e Novak) i cui nomi nel 2024 per la prima volta da vent’anni non compaiono in alcuna vittoria degli Slam, ai big two, Jannik e Carlos, che si sono divisi la torta dei major (lo spagnolo conduce 5-4 in totale). Nathan li ha seguiti passo dopo passo l’anno scorso, descrivendone caratteristiche, gioco, punti di forza e fragilità. Ma Sinner – che pure nel Media day a Flushing Meadows ha commentato il duo di cui è protagonista, ricordando l’unica cosa in comune con il giocatore di Murcia… cioè, neanche a dirlo, il duro lavoro – si schermisce e getta acqua sul fuoco: prima di tutto non fa nomi sul potenziale Djokovic della situazione tra gli altri colleghi, quale terzo rivale. E poi ridimensiona l’aura di esaltazione che cresce, giorno dopo giorno, attorno a loro: «Non è detto che io e Carlos siamo a quel punto… sono quasi due anni che ci stiamo giocando gli Slam, ma le cose possono cambiare, se non si migliora gli altri giocatori arrivano. C’è da vedere tra altri due anni dove saremo, chi si è stabilizzato, chi è migliorato o è peggiorato», ammonisce con il suo tipico understatement.

Le passioni

C’è spazio poi per la leggerezza e il lifestyle, dall’hotel preferito («il Baccarat qui a New York, una città che mi piace molto, ma rumorosa: dopo due o tre settimane può diventare pesante e il silenzio dell’hotel mi fa dimenticare dove mi trovo») al tipo di Rolex che preferisce portare («quello sportivo… tutto d’oro non è il mio genere»), alla passione per il mare della Costa Smeralda (la raggiunge in un’ora e mezza di elicottero da Monaco, e ogni tanto fa snorkeling) fino a quella per la Ferrari che gli fa brillare gli occhi (ha una 812 Competizione, ma «ho in mente altri modelli»). I viaggi di piacere sono solo questione di tempo: è incuriosito dall’Islanda («ho visto alcune foto, chissà se è davvero così») e l’Africa lo chiama con l’idea di un safari, senza dimenticare l’avventura oceanica con Explora («era un mio sogno, mi sento molto fortunato»). In valigia porta sempre con sé, «oltre alle racchette», un libro e fa in modo di procurarsi dei Lego quando si ferma per un po’ in un luogo: gli piacciono molto («qui ho costruito una Porsche… ci ho messo cinque ore»). Ama la Coca Zero, la cucina del papà («non posso certo deluderlo» citando altri cuochi, scherza), e lascia i social a chi se ne occupa. Sul fronte sentimentale, infine, preferisce «non parlare della vita privata»: nel chiudere la porta, però, gli sfugge una risata…

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