Simone Rocha: il debutto maschile e le storie di vita che diventano abiti
Special guest a Pitti Uomo, con una collezione gentile e concreta, romantica e radicale: la stilista e le sue invenzioni mnemoniche in un dialogo continuo da Hong Kong all’Irlanda, da Londra a Firenze.
di Lisa Corva
7' di lettura
7' di lettura
Al Teatro della Pergola di Firenze il debutto maschile di Simone Rocha, special guest dell’edizione 110 di Pitti Uomo. Un viaggio immaginario dall’Irlanda all’Italia con una collezione insieme romantica e radicale, gentile e concreta, che intreccia classici sartoriali (abiti, camicie, maglieria, scarpe Oxford) con stampe d’archivio prese dall’heritage dei primi anni della designer. Ci sono tutti i codici della sua estetica ricontestualizzati per l’uomo. Proprio per questo il debutto maschile è l’occasione per rileggere, sotto una nuova luce, l’intervista che Simone Rocha aveva rilasciato ad HTSI per ECHO. Wrapped in Memory.
Chiedilo al Sole
Simone Rocha è vestita di nero. È un nero che ha dentro delle storie, dei riflessi d’acqua, dei mondi. I mondi sono quelli che lei intreccia nei suoi abiti: Hong Kong, dove è nato il padre (John Rocha, stilista che si è ritirato una decina d’anni fa); Dublino, dove è cresciuta; Londra, dove vive e lavora.
L’acqua è quella delle isole: l’isola di Hong Kong, a cui è legatissima, perché per anni è andata regolarmente a trovare i tanti pezzi della sua famiglia che vivono lì, e a cercare ispirazione; Dublino, con i colori più cupi, sull’isola dell’Irlanda; e l’acqua e le correnti creative di Londra, che è comunque su un’altra isola, la Gran Bretagna. Aggiungiamo l’isola Taiwan, dove ha appena aperto un negozio, a Taipei (dopo quelli di Londra e New York). Forse solo chi cresce su un’isola, chi si porta dentro un’isola, tante isole, riesce poi a mixare così tanti mondi, tanti orizzonti da navigare ed esplorare. Simone Rocha lo fa con i tessuti. E infatti il suo abito nero è morbido di ruches, volants e pieghe. Oltre agli abiti della sua collezione (sfila a Londra; a Milano la troviamo, ad esempio, nelle boutique Biffi), racconta il suo mondo in una mostra al MoMu, il Museo della moda di Anversa.
Si intitola ECHO. Wrapped in Memory e i suoi abiti dialogano con opere tessili di Louise Bourgeois, insieme alla coreografa Anne Teresa De Keersmaeker. “Wrapped in memory”, ovvero avvolta nei ricordi, nella memoria. Lo sguardo sul passato, anche degli abiti, è quello di Simone. «Louise Bourgeois è un’artista che mi parla, mi risuona dentro da sempre», racconta. «O meglio, dalla prima volta che l’ho vista: era a una mostra al Museum of Modern Art di Dublino, Stitches in Time». Nelle sue prime collezioni c’è un’eco dell’artista francese: le mitiche ragnatele, reinterpretate in lurex, sono diventate ricami su abiti. Era il 2019. Uno di quegli abiti è in mostra, appunto, ad Anversa. Un’esibizione particolare, che racconterà i ricordi dell’infanzia e della maternità, l’invecchiamento e la nostalgia, il saper fare a mano e il saper riparare e rammendare. I ricordi fisici ed emozionali degli abiti, attraverso un lato sconosciuto della MoMu Collection: il lavoro dei conservatori tessili. Nel museo di Anversa – la città degli Antwerp Six, ovvero gli stilisti che sono usciti dalla Antwerp Royal Academy of Fine Arts all’inizio degli anni Ottanta: un nome su tutti, Dries Van Noten – è infatti custodita una collezione di oltre 38mila vestiti e accessori, che offre accesso agli echi di una miriade di storie ed eventi personali. Gli odori, le macchie e gli strappi nei capi, o il modo in cui alcuni venivano modificati e riparati in passato, sono una fonte inesauribile di informazioni, dicono i curatori, e raccontano lo scorrere del tempo. ECHO presenta dunque una selezione dalla Collezione MoMu in diversi stadi di degrado, con i loro difetti, scoloriture e tracce di danni, e con altrettante emozioni.
Storie, abbiamo detto. Quelle di Simone sono anche storie di famiglia. Una famiglia “close-knit”, la definisce. Stretta e cucita insieme, come un tessuto. C’è il padre, lo stilista John Rocha, che ha vestito tra l’altro un nome-mito irlandese, Sinéad O’ Connor. E che è arrivato a Dublino da Hong Kong, passando per la Croydon School of Art di Londra. C’è la madre Odette, che ha sempre lavorato con il padre e che adesso segue Simone. C’è il fratello Max, che ha aperto un bistrot a Londra, Café Cecilia (il nome della nonna), diventato immediatamente un indirizzo della fashion crowd. Simone ha ideato le divise, il padre, John, ha collaborato per l’interior design (tra l’altro, ha disegnato anche dei mobili per i negozi della figlia). Dettaglio goloso: uno dei piatti signature nel ristorante è il Guinness Bread, a base di birra black. «Io invece so preparare il Soda Bread, pane tipico della tradizione irlandese», mi dice sorridendo Simone. Pane con il bicarbonato al posto del lievito: in Irlanda ancora amatissimo nelle case e in tutti i ristoranti.










