HTSI reloaded

Simone Rocha: il debutto maschile e le storie di vita che diventano abiti

Special guest a Pitti Uomo, con una collezione gentile e concreta, romantica e radicale: la stilista e le sue invenzioni mnemoniche in un dialogo continuo da Hong Kong all’Irlanda, da Londra a Firenze.

di Lisa Corva

Il backstage della sfilata Simone Rocha al Teatro della Pergola a Firenze.

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Al Teatro della Pergola di Firenze il debutto maschile di Simone Rocha, special guest dell’edizione 110 di Pitti Uomo. Un viaggio immaginario dall’Irlanda all’Italia con una collezione insieme romantica e radicale, gentile e concreta, che intreccia classici sartoriali (abiti, camicie, maglieria, scarpe Oxford) con stampe d’archivio prese dall’heritage dei primi anni della designer. Ci sono tutti i codici della sua estetica ricontestualizzati per l’uomo. Proprio per questo il debutto maschile è l’occasione per rileggere, sotto una nuova luce, l’intervista che Simone Rocha aveva rilasciato ad HTSI per ECHO. Wrapped in Memory.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Simone Rocha è vestita di nero. È un nero che ha dentro delle storie, dei riflessi d’acqua, dei mondi. I mondi sono quelli che lei intreccia nei suoi abiti: Hong Kong, dove è nato il padre (John Rocha, stilista che si è ritirato una decina d’anni fa); Dublino, dove è cresciuta; Londra, dove vive e lavora.

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Un ritratto di Simone Rocha. (© WILLIAM WATERWORTH)

L’acqua è quella delle isole: l’isola di Hong Kong, a cui è legatissima, perché per anni è andata regolarmente a trovare i tanti pezzi della sua famiglia che vivono lì, e a cercare ispirazione; Dublino, con i colori più cupi, sull’isola dell’Irlanda; e l’acqua e le correnti creative di Londra, che è comunque su un’altra isola, la Gran Bretagna. Aggiungiamo l’isola Taiwan, dove ha appena aperto un negozio, a Taipei (dopo quelli di Londra e New York). Forse solo chi cresce su un’isola, chi si porta dentro un’isola, tante isole, riesce poi a mixare così tanti mondi, tanti orizzonti da navigare ed esplorare. Simone Rocha lo fa con i tessuti. E infatti il suo abito nero è morbido di ruches, volants e pieghe. Oltre agli abiti della sua collezione (sfila a Londra; a Milano la troviamo, ad esempio, nelle boutique Biffi), racconta il suo mondo in una mostra al MoMu, il Museo della moda di Anversa.

Si intitola ECHO. Wrapped in Memory e i suoi abiti dialogano con opere tessili di Louise Bourgeois, insieme alla coreografa Anne Teresa De Keersmaeker. “Wrapped in memory”, ovvero avvolta nei ricordi, nella memoria. Lo sguardo sul passato, anche degli abiti, è quello di Simone. «Louise Bourgeois è un’artista che mi parla, mi risuona dentro da sempre», racconta. «O meglio, dalla prima volta che l’ho vista: era a una mostra al Museum of Modern Art di Dublino, Stitches in Time». Nelle sue prime collezioni c’è un’eco dell’artista francese: le mitiche ragnatele, reinterpretate in lurex, sono diventate ricami su abiti. Era il 2019. Uno di quegli abiti è in mostra, appunto, ad Anversa. Un’esibizione particolare, che racconterà i ricordi dell’infanzia e della maternità, l’invecchiamento e la nostalgia, il saper fare a mano e il saper riparare e rammendare. I ricordi fisici ed emozionali degli abiti, attraverso un lato sconosciuto della MoMu Collection: il lavoro dei conservatori tessili. Nel museo di Anversa – la città degli Antwerp Six, ovvero gli stilisti che sono usciti dalla Antwerp Royal Academy of Fine Arts all’inizio degli anni Ottanta: un nome su tutti, Dries Van Noten –  è infatti custodita una collezione di oltre 38mila vestiti e accessori, che offre accesso agli echi di una miriade di storie ed eventi personali. Gli odori, le macchie e gli strappi nei capi, o il modo in cui alcuni venivano modificati e riparati in passato, sono una fonte inesauribile di informazioni, dicono i curatori, e raccontano lo scorrere del tempo. ECHO presenta dunque una selezione dalla Collezione MoMu in diversi stadi di degrado, con i loro difetti, scoloriture e tracce di danni, e con altrettante emozioni.

Storie, abbiamo detto. Quelle di Simone sono anche storie di famiglia. Una famiglia “close-knit”, la definisce. Stretta e cucita insieme, come un tessuto. C’è il padre, lo stilista John Rocha, che ha vestito tra l’altro un nome-mito irlandese, Sinéad O’ Connor. E che è arrivato a Dublino da Hong Kong, passando per la Croydon School of Art di Londra. C’è la madre Odette, che ha sempre lavorato con il padre e che adesso segue Simone. C’è il fratello Max, che ha aperto un bistrot a Londra, Café Cecilia (il nome della nonna), diventato immediatamente un indirizzo della fashion crowd. Simone ha ideato le divise, il padre, John, ha collaborato per l’interior design (tra l’altro, ha disegnato anche dei mobili per i negozi della figlia). Dettaglio goloso: uno dei piatti signature nel ristorante è il Guinness Bread, a base di birra black. «Io invece so preparare il Soda Bread, pane tipico della tradizione irlandese», mi dice sorridendo Simone. Pane con il bicarbonato al posto del lievito: in Irlanda ancora amatissimo nelle case e in tutti i ristoranti.

L’Irlanda è nel suo cuore, da sempre. Simone è nata a Dublino nel 1986; ha studiato prima nella sua città, al National College of Art and Design, e poi moda in una scuola più che prestigiosa, la Central Saint Martins di Londra. «Sono cresciuta nell’atelier di mio padre, ho respirato e assorbito tutto quello che in quegli anni interessava a lui e a mia madre. I tessuti, i ricami, le perle. E l’arte. Se dovessi indicare un luogo d’elezione a Dublino, direi sicuramente lo studio di Francis Bacon». L’incredibile e irripetibile disordine dell’atelier del pittore irlandese è stato trasferito da Londra dopo la sua morte e ricostruito, pezzo per pezzo, con tutte le tele e i colori, i giornali strappati e gli stracci macchiati, dentro la Hugh Lane Gallery, la galleria d’arte della città di Dublino.

Simone, che colleziona arte, ha tre stampe di Tryptich August 1972, create da Bacon dopo il suicidio del suo amante. Le ha mixate con la sua moda: le ha appese prima nel negozio di Londra, mi racconta, poi a New York, e adesso sono tornate a casa, nel vero senso della parola, perché sono nella sua residenza. L’Irlanda torna anche nelle scelte del cuore: Simone è sposata con un irlandese, Eoin McLoughlin, che lavora nel mondo del cinema, e ha due bambine piccole.

«Stare insieme, lavorare insieme, fare cose con le mani: questa è l’eredità dei miei anni di Dublino insieme ai miei genitori», spiega. «È quello che ho cercato di ricreare nel mio studio londinese, con i miei collaboratori. So cucire, rammendare, lavorare a crochet; tutto quello che poi sfila, diciamo il 90 per cento, è stato prima creato qui, a mano».

Qui, ovvero nell’atelier, si sperimentano soluzioni inedite, come quelle della collezione autunno-inverno di quest’anno: un abito che sembra fatto di carta dorata accartocciata, sottili fiocchi rossi e bianchi (usati anche per un insolito make-up). E poi rose, ma imbottite, nastri pressati, pizzi quasi intrappolati. Per il nome della collezione Simone ha scelto una parola gaelica: Lughnasadh, ovvero “festival di Lugh” o “matrimonio di Lúg”, una festa arcaica, ma rimasta nel calendario della sua isola. Celebrata in genere il primo di agosto, a metà strada tra il solstizio d’estate e l’equinozio d’autunno, è in origine legata al raccolto: così, negli abiti, ci sono intrecci di paglia.

La fascinazione per tessuti e materiali inusuali è del resto una cifra precisa di Simone Rocha. Ama lavorare sull’inaspettato, come le grandi perle sui maglioncini, bianche su bianco, in una capsule per H&M del 2021. «In una delle mie prime collezioni, del 2016, c’era un abito rosa, ispirato a quello che avevo visto a casa delle mie nonne, ma il tessuto, a contrasto, era neoprene. Mi piacciono le sensazioni tattili impreviste, giocare con elementi e texture differenti». Forse anche in questo c’è un’eco della Bourgeois. «Mi interessa il crossover: di materiali, certo, di ricami a sorpresa, come sulle camicie da uomo. E il crossover nelle collezioni: disegno capi menswear che penso possano essere scelti anche dalle ragazze, e viceversa». E infatti la sua assistente, anche lei in black, indossa una camicia di pizzo ricamato, nera, della collezione maschile. «Rifletto spesso sul concetto di femminile: per me è la fragilità, la sensibilità, ma anche la forza. Poter trasformare tutto questo in una corazza, un’armatura», aggiunge.

Quando le chiedo quale libro abbia appena finito di leggere, mi cita Maggie O’ Farrell, Ritratto di un matrimonio. La duchessa di Ferrara. O’ Farrell è una scrittrice irlandese, ma il romanzo, tradotto da Guanda, racconta una storia italiana, quella di Lucrezia. Figlia di Cosimo de’ Medici, viene data in sposa ancora bambina, nel 1558, ad Alfonso II d’Este: aveva appena 13 anni. Morirà a 16: arrivata a Ferrara, la città di cui era diventata duchessa, forse avvelenata. Ci resta di lei un ipnotico ritratto attribuito al Bronzino, che dà il titolo al romanzo. Sguardo malinconico ma deciso, pelle bianchissima, in un abito nero dettagliatamente ricamato, perle antiche alle orecchie e nell’acconciatura, intrecciate a nastri, come si usava all’epoca. Una sontuosità rinascimentale che è la stessa di Simone. Sarà un caso, ma anche Simone Rocha oggi ha un nastro nei capelli: bianco. «Sono intrigata dal Rinascimento: le donne del Quattrocento, del Cinquecento, che non avevano voce, potevano comunque esprimersi attraverso gli abiti. Per esempio attraverso vestiti da cerimonia che imponevano la loro presenza nello spazio: erano un modo per comunicare messaggi, anche quando si era costrette a tacere. L’abito può essere una dichiarazione. Non solo. Ripeto: può essere un’armatura».

Un altro libro che, mi racconta Simone, l’ha colpita ultimamente, è Le inseparabili di Simone de Beauvoir. È un inedito, ritrovato e pubblicato in tutto il mondo (anche in Italia, da Ponte alle Grazie) solo tre anni fa: è il racconto romanzato della stretta e appassionata amicizia tra Simone de Beauvoir e Zaza (Elisabeth) Lacoin, dal loro incontro a scuola, durante la Prima guerra mondiale, fino alla morte di Zaza nel 1929. De Beauvoir lo scrisse nel 1954 e, pur avendo deciso di non pubblicarlo, conservò il manoscritto. «Mi ha impressionato il racconto di quest’amicizia così forte, la sua volontà di fermarne su carta l’intensità e di conservarne tutta la vita il ricordo». Un’amicizia totalizzante, come capita spesso, quando ci si affaccia alla vita. Chissà se Simone ha notato l’accenno all’abito di tulle e alla cuffia charlotte in pizzo irlandese, con cui la protagonista racconta la sua prima comunione e, pagina dopo pagina, l’ambiente cattolico soffocante per le due ragazze. E chissà se quel pizzo tornerà, rimaneggiato, reinterpretato, in nuove collezioni. Perché questa è Simone Rocha: storie di vita intrecciate che diventano abiti.

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