Silvio Berlusconi morto, con lui se ne va un pezzo d’Italia: nessun erede all’orizzonte
Alla fine ha dovuto arrendersi. Ha imposto un cambiamento radicale nel rapporto con la politica
di Barbara Fiammeri
7' di lettura
I punti chiave
- La discesa in campo
- «L’Italia è il Paese che amo»
- Unisce il diavolo e l’acquasanta e arriva a palazzo Chigi
- L’avviso di garanzia al G7 di Napoli e la rottura con Bossi
- Lancia il Popolo della libertà, il partito dei moderati
- Le inchieste e la rottura con Fini
- L’espulsione dal Senato
- Il sorpasso della Lega
- Vince la battaglia contro il Covid
- Nessun erede all’orizzonte
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L’ultima soddisfazione politica Silvio Berlusconi se l’è presa il 13 ottobre scorso, giorno del suo ritorno nell’Aula del Senato da cui era stato espulso 10 anni prima. Un rientro che paradossalmente, a posteriori, è destinato a rappresentare anche la conclusione dell’epopea politica berlusconiana cominciata il 26 gennaio 1994, con il famoso discorso in cui annunciava la sua “discesa in campo”.
L’appendice di questi 8 mesi, gli scontri per la formazione del governo prima, le guerre intestine dentro Forza Italia restano per ora sullo sfondo, sfocati. La morte di Berlusconi travalica infatti la cronaca politica di parte assumendo una dimensione nazionale. In questi 30 anni il protagonismo del Cavaliere ha segnato profondamente non solo la politica e il rapporto tra gli italiani e chi li rappresenta ma la società, la cultura.
C’è un prima e un dopo Berlusconi per tutti. Per questo più di qualcuno ha parlato di una vera e propria rivoluzione. Prima di Berlusconi a contare erano stati i partiti: la Dc, il Pci, il Psi ma anche repubblicani, liberali eccetera. Il concetto di leadership, la stessa definizione di leader raramente veniva utilizzata anche nelle cronache giornalistiche. Con Berlusconi invece il leader diventa assoluto protagonista e il partito da lui stesso fondato - Forza Italia - ne diviene una sua diretta espressione, governato come un’azienda. Non a caso tra i parlamentari azzurri massiccia è stata la presenza di dirigenti Mediaset.
Molti saranno poi ad imitarlo. Tant’è che abitualmente ormai parliamo della “Lega di Salvini”, del M5s prima di Grillo e ora di Conte, del Pd di Renzi e oggi di quello di Schlein e ovviamente dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
La discesa in campo
La decisione di scendere in campo arriva contestualmente alla fine della prima Repubblica. Fino ad allora il Cavaliere, titolo che gli venne conferito nel 1977, si era limitato ad offrire il suo sostegno al socialista Bettino Craxi (testimone alle sue nozze con Veronica Lario e padrino della figlia Barbara). Con il pentapartito travolto da Tangentopoli, Berlusconi si convince di doversi impegnare in prima persona. Il primo atto politico arriva nel novembre del ‘93 quando a sorpresa dichiara che se fosse stato residente a Roma avrebbe sostenuto come sindaco Gianfranco Fini, allora ancora segretario del Movimento sociale italiano, contro il candidato della sinistra Francesco Rutelli. Fino a quel momento nessuno si era impegnato pubblicamente a favore di un partito che non rientrava nel cosiddetto Arco costituzionale. E certo mai Berlusconi avrebbe pensato che un giorno la leadership del centrodestra sarebbe stata conquistata proprio da un’erede di quello stesso partito, dall’allora diciasettenne Giorgia Meloni a cui 30 anni dopo verranno consegnate le chiavi di Palazzo Chigi.







