Guardia di finanza

Sigilli al bar Norman e pacchi fermi, addetti Postalcoop senza paga

L’inchiesta conta 38 indagati e smaschera un articolato sistema di interposizione illecita di manodopera attraverso una rete di società cartiere

di Carlotta Rocci

Sequestro. Il 10 settembre sono stati messi i sigilli a locali tra cui il bar Norman, lo storico bar dove venne fondato il Toro

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«Le società serbatoio non versano contributi né imposte. In pochi anni accumulano debiti ingenti nei confronti dell’erario. Vengono pertanto abbandonate al loro destino: vengono create nuove società serbatoio che assumono tutti i dipendenti delle precedenti società».

La sintesi del gip del tribunale di Torino Lucia Minutella spiega bene come funzionava il sistema emerso dall’indagine, condotta dal nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Torino, che conta 38 indagati, 9 dei quali destinatari di un decreto di sequestro da 26,5 milioni di euro, e smaschera un articolato sistema di interposizione illecita di manodopera attraverso una rete di società cartiere, fatture per operazioni inesistenti, contratti illeciti di somministrazione di manodopera mascherati da contratti d’appalto formalmente regolari.

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Un modus operandi che froda il fisco e droga il mercato abbassando il costo della manodopera, di uno dei settori più fragili, la logistica. Le ricadute sui circa duemila lavoratori finiti in questo sistema sono enormi: spostati come pacchi da una società ad un’altra, per garantire fatturati più alti alle società coinvolte grazie anche a un prezzo del lavoro bassissimo offerto ai committenti, tra i quali i colossi della logistica come Amazon, Sda e Gls, che possono così esternalizzare anche le connesse relazioni sindacali e industriali.

Facchini e autisti sono stati pedine inconsapevoli di questo meccanismo fraudolento e oggi non possono lavorare: subito dopo il blitz delle fiamme gialle, una delle società sotto inchiesta, la Postalcoop srl, è stata posta sotto amministrazione giudiziaria che, con l’atto di sequestro aveva messo i sigilli il 10 settembre a locali riconducibili alla società: tra questi il bar Norman, lo storico bar dove venne fondato il Toro, e altri due ristoranti sushi in centro.

L’obiettivo del fermo dei mezzi della società coinvolta, disposto dall’amministrazione giudiziaria, è stato interrompere subito una condotta illecita e impedire il proseguimento di una gestione «collaudata nel tempo» che - come scrivono i giudici - «è suscettibile di essere replicata anche in futuro».

L’inchiesta, coordinata dalla procura Torinese guidata da Giovanni Bombardieri coinvolge principalmente due società considerate i reali organizzatori della frode con sede nel torinese: la Postalcoop srl, destinataria dei sequestri, e la Cargobroker spa, in fase di liquidazione giudiziale dal 2024. Il fatturato delle società cresce negli anni e questo - sostengono i magistrati - «si giustifica con la creazione di società serbatoio alle quali vengono addossati tutti gli oneri fiscali e contributivi dei dipendenti, che mai verranno adempiuti, circostanza che permette a Postalcoop di praticare prezzi bassi e fuori mercato». Le società serbatoio sono vuote, soggetti giuridici fittizi senza autonomia dalle società filtro, create con il solo scopo di esternalizzare il costo della manodopera.

Postalcoop, con un bacino di circa 900 lavoratori, pagava solo quando necessario, cioè solo quando c’era da saldare lo stipendio ai dipendenti. «in questo modo le cartiere restano costantemente senza liquidità e non riescono a far fronte al pagamento di imposte o contributi». Le fiamme gialle hanno analizzato migliaia di documenti contabili per ricostruire il sistema. In parte sono stati gli stessi dipendenti a far luce sui rapporti tra le varie società. Una di loro spiega ai magistrati di aver cambiato quattro società in cinque anni tra il 2019 e il 2023, «essenzialmente ho svolto sempre lo stesso tipo di attività e il mio datore di lavoro è sempre stato lo stesso». Il passaggio da una società all’altra avviene in modo automatico, le mansioni non cambiano, i contratti nemmeno. «Ci è stato comunicato che sarebbe subentrata un’altra società e ci avrebbe preso in carico loro», racconta un lavoratore che spiega come il datore di lavoro precedente sia sparito senza pagare gli stipendi. In quel caso i committenti avevano pagato metà dello stipendio di tasca propria. Questo meccanismo, secondo le indagini avrebbe prodotto un ammontare di fatture inesistenti pari a di 100 milioni di euro. A poche settimane dai sequestri i lavoratori hanno organizzato presidi davanti ai magazzini. «Le retribuzioni sono ferme a luglio, i lavoratori non possono svolgere le loro mansioni - ha scritto la Filt Cgil di Torino in una lettera con cui chiede l’intervento del prefetto di Torino. Solo una piccolissima parte del personale è stato reimpiegato in altre società. Per gli altri lavoratori invece, sono partite le lettere di licenziamento. Le ricadute sui lavoratori è l’effetto più nefasto di questa tipologia di frode e dell’assetto utilizzato per metterle in atto. «Riteniamo che in questa situazione sarebbe più naturale un esito di liquidazione giudiziaria», commenta l’avvocato Vittorio Nizza che difende uno dei principali indagati, l’amministratore di fatto della Postalcoop, e ha depositato un’istanza di riesame.

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