Sicurezza

L’Europa accelera su droni e scudi aerei

Dalla guerra in Ucraina agli attacchi nel Mar Rosso, i sistemi senza pilota stanno ridisegnando strategie e bilanci militari. L’Italia investe 3,2 miliardi in piattaforme unmanned e rafforza la difesa aerea

di Andrea Carli (Il Sole 24 Ore), Janine Louloudi (EfSyn, Grecia), Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna), Lukas Kapeller (Der Standard, Austria) e Nikola Lalov (Mediapool, Bulgaria)

(Alamy Stock Photo)

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Il conflitto tra Russia e Ucraina e gli attacchi nel Mar Rosso mostrano come i sistemi senza pilota stiano cambiando profondamente il modo in cui si conducono le operazioni militari. L’utilizzo di droni per colpire obiettivi sensibili come gli aeroporti, come è accaduto a settembre a Copenaghen e Oslo, ha alzato anche in Italia l’allerta sugli aeromobili a pilotaggio remoto. La Difesa italiana si è mossa su un duplice binario. Da una parte la definizione di una strategia di contrasto, dall’altra l’acquisizione di strumenti che consentano una copertura dagli attacchi provenienti dal cielo.

Nel primo caso, l’occasione è stata fornita dal “non paper” che il ministro Guido Crosetto ha pubblicato a novembre. «Negli ultimi mesi – viene messo in evidenza nel documento - si è registrato un aumento dei sorvoli di droni – spesso non identificabili – su infrastrutture civili e militari in numerosi Paesi europei». Ancora prima, nel Documento Programmatico della Difesa 2025-2027, il documento che programma le spese per la Difesa dei prossimi anni, il ministro aveva posto l’accento sul fatto che «le tecnologie emergenti e dirompenti (EDT) abbassano inoltre le barriere d’ingresso: strumenti avanzati a basso costo, come droni e mini-droni impiegabili anche in sciame, risultano difficili da identificare e contrastare». Di qui la conclusione: «Lo Strumento militare deve evolvere verso un modello moderno, flessibile e credibile, capace di garantire la sicurezza dello Stato e tutelare gli interessi nazionali».

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La strada è quella dell’«adozione diffusa di tecnologie droniche in tutte le componenti dell’Esercito, con integrazione operativa estesa fino ai più bassi livelli ordinativi». «In prospettiva futura – si legge ancora - occorre anche continuare il processo di evoluzione dei sistemi di difesa aerea, inclusi radar avanzati e missili terra-aria, per contrastare la crescente varietà di minacce, dai missili ai droni. L’Italia, in definitiva, sta potenziando un sistema aereo altamente integrato che garantisce una capacità operativa elevata e una pronta risposta alle minacce. La difesa aerospaziale robusta e un ecosistema industriale dinamico sono fondamentali per mantenere una posizione di leadership nel settore».

I sistemi unmanned, o veicoli senza equipaggio, stanno diventando fondamentali per il futuro della Difesa. Queste tecnologie si stanno sviluppando rapidamente e oggi esistono diverse tipologie di droni: quelli aerei (UAV - Unmanned Aerial Veichle), quelli marini di superficie (USV - Unmanned Surface Vehicle), quelli subacquei (AUV – Autonomous Underwater Vehicle) e quelli terrestri (UGV - Unmanned Ground Vehicle), oltre a sistemi robotici e cibernetici altamente specializzati. Per quanto riguarda i fondi che l’Italia ha stanziato con la legge di Bilancio 2025, 3,2 miliardi di euro sono stati destinati allo sviluppo e all’acquisto di sistemi unmanned. Sono stati attivati diversi programmi per sviluppare e acquistare questo tipo di sistemi. La Difesa ha spiegato che, per quanto riguarda i droni aerei (UAV), punta su modelli molto diversi tra loro, da quelli grandi e autonomi, a lungo raggio, fino ai micro-droni altamente versatili. Tutti i reparti delle Forze Armate ne saranno dotati. Quanto ai sistemi marini (USV e AUV), cresce l’investimento nei droni navali e subacquei, per potenziare la sorveglianza e la protezione sott’acqua, con una vasta gamma di piattaforme. Infine, I veicoli terrestri (UGV): si stanno sviluppando mezzi senza pilota per ricognizione, supporto e logistica in ambienti rischiosi, riducendo l’esposizione del personale e migliorando la raccolta e la diffusione dei dati sul campo. Il 22 gennaio sono stati consegnati all’Esercito Italiano i primi materiali del Sistema di difesa aerea Grifo. Sviluppato e prodotto da MBDA in Italia nell’ambito di un programma avviato nel 2019, che integra il nuovo missile CAMM-ER, questo sistema garantirà una protezione nel segmento a corta portata (Short Range Air Defense), grazie alle sue capacità di ingaggio e neutralizzazione di una pluralità di minacce, tra cui velivoli ad ala fissa e ad ala rotante (inclusi droni), missili da crociera e missili anti-radar. Nell’ambito di un pacchetto di 14 decreti ministeriali della Difesa all’esame del parlamento, per un ammontare di 5,5 miliardi di euro, quasi 600 milioni sono destinati all’aggiornamento degli aeromobili a pilotaggio remoto MQ-9A dell’Aeronautica Militare.

Per quanto riguarda la produzione di droni, a giugno l’italiana Leonardo ha annunciato la costituzione di una joint venture con la turca Baykar Technologies dedicata allo sviluppo di tecnologie per sistemi a pilotaggio remoto. Al di là di questa collaborazione, c’è l’idea di coinvolgere altri Paesi diventati leader in questo settore, come Ucraina e Polonia (soprattutto per i mini-droni). La partita si gioca anche sul campo del budget. La Commissione europea ha dato il via libera al piano presentato dall’Italia con l’obiettivo di ottenere circa 15 miliardi del fondo Safe. Non si sa come saranno impiegate queste risorse, in quanto il piano non è stato ancora reso pubblico, ma è facile prevedere che i droni fanno parte del pacchetto.

Il resto d’Europa accelera su produzione e difesa anti-drone

L’Italia non è sola in questa corsa. In tutta Europa, la crescente esposizione a minacce ibride e a incursioni di velivoli senza pilota sta spingendo governi e industrie a rafforzare capacità produttive e sistemi di difesa.

La Spagna ha scelto la strada dell’industrializzazione domestica, attraverso partnership internazionali. Il 13 gennaio il governo ha annunciato un accordo tra l’italiana Indra e il gruppo emiratino EDGE Group per la creazione di una nuova società di difesa dedicata allo sviluppo e alla produzione di droni e armamenti intelligenti, con un portafoglio ordini stimato in circa 2 miliardi di euro l’anno.

La nuova fabbrica di UAV sorgerà a Villadangos de Páramo, nella provincia di León, con un investimento di circa 20 milioni di euro e fino a 200 posti di lavoro previsti. Parallelamente è prevista la realizzazione di un impianto a Valladolid per la produzione di micro-motori destinati ai velivoli senza pilota.

L’operazione si inserisce in una rete più ampia di cooperazioni. EDGE Group, conglomerato statale degli Emirati Arabi Uniti, ha annunciato nel gennaio 2025 l’acquisizione del 30% della società israeliana ThirdEye, specializzata in tecnologie per droni. Un elemento che evidenzia come le catene di fornitura europee nel settore unmanned siano sempre più interconnesse con attori mediorientali e israeliani, anche alla luce dell’intensificarsi della cooperazione tecnologica seguita agli Accordi di Abramo.

In Austria il dibattito si è intensificato dopo diversi incidenti con droni registrati in Europa nell’autunno 2025. Il capo dell’aeronautica, Gerfried Promberger, ha dichiarato che è “solo questione di tempo” prima che droni ostili entrino nello spazio aereo austriaco.

Attualmente la difesa aerea si fonda sui caccia Eurofighter Typhoon e sul sistema radar nazionale Goldhaube. Tuttavia, i piccoli droni a bassa quota restano difficili da intercettare. Per questo il ministero della Difesa sta puntando in via prioritaria sulla ricognizione: sono già in consegna i primi sistemi “backpack” del produttore israeliano Elbit Systems, mentre entro il 2032 l’obiettivo è arrivare a mille sistemi drone in dotazione.

Sul versante della difesa terrestre, Vienna può contare sui sistemi contraerei di Rheinmetall, inclusi i cannoni Oerlikon da 35 mm e il moderno Skyranger, destinato a rafforzare le capacità anti-drone. L’Austria partecipa inoltre alla piattaforma europea Sky Shield per l’acquisizione futura di missili terra-aria a più lunga gittata, anche se le decisioni operative richiederanno ancora anni.

Ben diversa la situazione in Bulgaria, considerata uno dei punti più deboli del fianco orientale della NATO. Il ministro della Difesa uscente ha ammesso che il Paese non è attualmente in grado di abbattere droni in difesa zonale, ma solo di proteggere obiettivi sensibili come la centrale nucleare di Kozloduy.

La Bulgaria soffre di una copertura radar insufficiente e si affida ancora ai vecchi caccia MiG-29 per la sorveglianza dello spazio aereo, con flotte ridotte e a fine vita operativa. Sofia guarda con particolare interesse al meccanismo europeo SAFE: sono previsti circa 3,2 miliardi di euro in prestiti per finanziare nove progetti, tra cui l’acquisto di radar 3D, sistemi di difesa aerea terrestre, droni e tecnologie di rilevamento e contrasto UAV.

Parallelamente si discute la creazione di un nuovo ramo delle forze armate focalizzato su droni e anti-drone, mentre si analizza sistematicamente l’esperienza del conflitto in Ucraina. Tuttavia, molte iniziative – inclusa la cosiddetta “drone wall” sul fianco orientale dell’Unione – restano in larga parte a livello progettuale.

Anche la Grecia ha recentemente compiuto un passo simbolicamente rilevante: per la prima volta il comando militare centrale ha emanato un manuale operativo dedicato all’impiego e al contrasto dei droni nel teatro moderno. Il ministro della Difesa ha inoltre visitato un nuovo impianto di produzione UAV nel nord del Paese, sottolineando l’importanza della manifattura nazionale.

Il Portogallo ha annunciato la costruzione della prima portaerei navale europea dedicata a UAV, mentre il Regno Unito ha lanciato l’operazione “Atlantic Bastion” per contrastare minacce subacquee, segno che la dimensione unmanned non riguarda più solo il dominio aereo ma si estende pienamente a mare e sott’acqua.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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