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Sicurezza economica: concetti incerti, politiche difficili

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“Sicurezza economica internazionale” e “geoeconomia” sono espressioni comuni il cui significato potrebbe apparire intuitivo. Tuttavia, la ricerca è agli inizi. Alcuni concetti restano poco definiti e problematici quanto alla loro traduzione in strategie, indicatori e strumenti di intervento.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Prendiamo, per esempio, la definizione del “perimetro” della sicurezza economica. Ne esistono due accezioni. In senso ristretto, esso consiste nella difesa dell’economia nazionale da comportamenti stranieri che creano tensioni nel tessuto produttivo o impoveriscono il patrimonio di conoscenze. Entro questo perimetro si sviluppano politiche prevalentemente difensive: dazi antidumping e anti-sovvenzione, misure anti-coercizione, screening degli investimenti diretti esteri, diversificazione delle fonti di approvvigionamento e riserve strategiche di prodotti critici, tutela da trasferimenti forzosi della conoscenza. In senso più ampio, il perimetro della sicurezza economica coincide con la promozione della prosperità nazionale, un’accezione rilevante quando l’integrazione internazionale è vista come un gioco a somma zero o in cui assumono rilievo soprattutto i guadagni relativi tra Paesi. Vi rientrano gli interventi pubblici, come le politiche industriali e commerciali, che orientano la specializzazione produttiva verso settori e tecnologie a maggior valore aggiunto. L’accezione ristretta è compatibile con l’ordine liberale internazionale, che ammette forme di difesa da comportamenti ostili, mentre quella più ampia è maggiormente interventista e prevede azioni dirette ad accrescere competitività e capacità d’influenza del Paese. Questa accezione si collega alla ‘geoeconomia’, cioè l’uso di strumenti economici per conseguire obiettivi geopolitici o di politica estera (Mohr e Trebesch 2025).

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Molte strategie di sicurezza economica non solo non chiariscono quale accezione adottino, ma neppure esplicitano la connessione tra strumenti, effetti attesi e costi nel breve termine e a regime. Consideriamo, per esempio, le strategie per mitigare l’eccessiva dipendenza da pochi Paesi stranieri per la fornitura di prodotti critici, quali le terre rare, che espone l’economia importatrice a rischi di coercizione. A tecnologia invariata, vi sono tre strategie: diversificazione dei fornitori; concentrazione delle importazioni da Paesi alleati, like-minded o affidabili; aumento della produzione nazionale e del riciclo. Ciascuna strategia ha effetti diversi sul commercio internazionale: maggiore integrazione, frammentazione in blocchi, minore integrazione. Variano anche strumenti e costi associati. Gli accordi di liberalizzazione commerciale rimuovono i dazi e ampliano il numero dei fornitori, spesso riducendo i costi; la promozione della produzione nazionale richiede aiuti diretti, clausole di acquisto locale e garanzie di prezzi sufficientemente elevati da sostenere investimenti e trasferimenti di know-how. I documenti d’indirizzo non sempre esplicitano tutti questi elementi.

Diversificare gli approvvigionamenti non è semplice. Imporre alle imprese, specie quelle piccole, di comprare un input strategico da un numero minimo di fornitori sarebbe oneroso e richiederebbe un coordinamento pubblico esteso. Le imprese comprano da altre imprese e non da Paesi, e relazioni e conoscenze di filiera non sono facilmente trasferibili. La diversificazione delle singole imprese, poi, non coincide con quella del Paese. Consideriamo tre imprese identiche che importano, rispettivamente, solo da Cina, Australia e Brasile. Se, a seguito di un obbligo di diversificazione, ciascuna iniziasse a comprare un terzo da ciascuno dei tre fornitori, la diversificazione nazionale rimarrebbe invariata. Le imprese non possono internalizzare questa dimensione della sicurezza collettiva, né ci si può affidare al loro coordinamento spontaneo per i problemi di collusione e verifica degli accordi. Scegliere la gamma di prodotti da diversificare è pure difficile perché beni appartenenti allo stesso gruppo sono spesso solo parzialmente sostituibili, come mostra la guerra dei microprocessori tra Cina e USA.

Un ulteriore problema, di natura politica, è l’identificazione dei Paesi a rischio, dato che la rischiosità percepita dipende dall’evoluzione attesa del quadro geopolitico. La Germania si è trovata esposta per le forniture di prodotti energetici alla Russia, un Paese a lungo ritenuto affidabile, divenuto antagonista dopo l’aggressione all’Ucraina. Anche Paesi storicamente allineati possono cambiare sensibilmente posizione, come mostrano gli Stati Uniti di Trump. Varie metodologie permettono di dedurre, ex post, l’allineamento geopolitico tra Paesi, ma una strategia di sicurezza economica richiede valutazioni politiche ex ante. Queste valutazioni sono difficili e sensibili. Non a caso, nella metodologia Ue per la valutazione della criticità degli approvvigionamenti di materie prime, il rischio dei fornitori è approssimato da indicatori di governance, e non di affinità geopolitica. Si tratta, però, di concetti e rischi diversi.

Nel caso europeo vi è un’ulteriore complessità. Gli indicatori europei assumono l’Ue come un’unica area con un proprio grado di vulnerabilità nell’approvvigionamento extra-Ue e la produzione di ciascuno dei Paesi membri è trattata come offerta interna (Pisani-Ferry et al. 2024). Tuttavia, gli Stati conservano la responsabilità esclusiva in materia di sicurezza nazionale e possono avere valutazioni e preferenze diverse. Emerge una possibile tensione tra il livello al quale vengono misurate le vulnerabilità e quello al quale sono assunte le decisioni per affrontarle (Fracasso e Schiavo 2026).

L’esigenza di contemperare efficienza e sicurezza economica è centrale per lo sviluppo di politiche economiche e politica estera. Occorre però chiarire le ambiguità concettuali rimanenti per derivarne azioni coerenti, efficaci e valutabili.

*Università di Trento

Bibliografia

Fracasso, Andrea and Schiavo, Stefano (2026), Trade-related Vulnerabilities and the Controversial Boundaries of Member States’ Economic Security in the EU. CESifo Working Paper No. 12878

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Mohr, Cathrin and Trebesch, Christoph (2025), Geoeconomics, Annual Review of Economics, 17: 563-587

Pisani-Ferry, Jean, Weder di Mauro, Beatrice, and Zettelmeyer, Jeromin (eds) (2024), Paris Report 2: Europe’s Economic Security, CEPR Press, Paris & London.

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