L’intervista

Sì a decarbonizzare senza pregiudicare la competitività delle imprese

Il delegato del presidente di Confindustria per l’Energia manda un messaggio alle nuove istituzioni europee: «La prossima legislatura lavori alla riforma Ets e al mercato unico dell’energia

di Nicoletta Picchio

4' di lettura

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Un risultato, fortemente voluto da Confindustria, è stato ottenuto: il via libera del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica al decreto Energy Release. « È un provvedimento fondamentale per il sistema produttivo italiano ed è un tassello importante nel percorso di decarbonizzazione. Lo attendevano da tempo le imprese energivore ed è frutto di un lavoro sinergico con il ministero dell’Ambiente e con il Gse». Così Aurelio Regina, delegato del presidente di Confindustria per l’Energia, commenta l’approvazione del decreto legge.

È un primo passo che va nella giusta direzione ma ora è necessario e urgente lavorare ad altri interventi per affrontare la complessa questione energetica, sia in Italia che in Europa. «Occorre un mercato unico europeo dell’energia, con un prezzo unico per le imprese per evitare che gli Stati membri siano in concorrenza tra loro. Perché la competizione, secondo Regina, non è, né deve essere, tra i confini dell’Europa, ma verso le altre potenze economiche, a partire da Usa e Cina». E, nel percorso di decarbonizzazione: «occorre un mix energetico, che possa dare stabilità e sicurezza ai prezzi e all’approvvigionamento. Ecco perché bisogna aumentare le rinnovabili, consentire i grandi investimenti sull’idroelettrico, lavorare per la decarbonizzazione del gas e sul nucleare valutando le centrali di ultima generazione, piccoli reattori che sarebbero molto funzionali alla nostra realtà dei distretti. Peraltro, abbiamo una filiera di grande valore in questo campo, che oggi lavora all’estero, e spesso per i nostri diretti competitor». Tuttavia, questo progetto si fonda su una premessa fondamentale, che riguarda le politiche europee: «va garantita la neutralità tecnologica per raggiungere i traguardi fissati. Altrimenti - dice Regina - l’Italia e l’Europa non saranno più competitive, con il rischio concreto di perdere pezzi di industria, e quindi meno lavoro
e benessere diffuso».

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Un richiamo a porre la dovuta attenzione alle scelte europee sulle politiche ambientali. Ci sono anche opportunità di sviluppo però: il nostro paese è in grado
di coglierle?

L’industria italiana è convinta che sia necessario perseguire obiettivi ambiziosi in campo ambientale. Ma è importante farlo nei tempi e nei modi corretti. Peraltro, per le imprese la decarbonizzazione rappresenta un’opportunità e, allo stesso tempo, un processo virtuoso per sviluppare nuove filiere produttive legate alla transizione energetica. E alcuni dati Istat lo mostrano con chiarezza: il 65% delle imprese punta ad aumentare la tutela ambientale, il 44,2% ad utilizzare le rinnovabili, il 30% a migliorare la propria efficienza energetica. La nostra industria quindi ha sul tema ambientale una sensibilità molto forte e siamo ben posizionati anche in termini di produttività energetica: la nostra è a 111 euro, contro i 106 della Germania, 103 della Francia, 93 della Spagna e 93 della media europea. Quindi, a parità di energia, produciamo più valore e questo significa che la utilizziamo nel modo più efficiente.

Dobbiamo fare i conti con gli obiettivi europei: il Clean Industrial Deal proposto da Ursula von der Leyen ha posto l’obiettivo di ridurre le emissioni del 90% al 2040. Traguardo irrealistico?

È un obiettivo veramente molto sfidante, forse troppo, e bisogna capire come si concretizzerà senza perdere capacità competitiva e poi c’è il tema delle risorse. Sicuramente ne serviranno tante e sia le imprese che gli Stati membri non possono essere lasciati soli. Le politiche energetiche dovrebbero basarsi su tre pilastri: la competitività, e quindi la necessità di un mercato unico europeo e di un unico prezzo dell’energia; la sicurezza, che significa certezza degli approvvigionamenti; la decarbonizzazione, che va realizzata attraverso dotazioni tecnologiche che solo l’industria può garantire. Vanno tenuti insieme questi elementi, agendo in modo coerente e coordinato sia in Italia che in Europa altrimenti, come le accennavo prima, si creano squilibri di competitività tra i singoli Stati Un esempio: in Italia il prezzo dell’energia elettrica a giugno è stato del 42% in più rispetto alla Germania, 84% rispetto alla Francia e 174% rispetto alla Spagna.

Quale sarà l’impatto dell’Energy Release?

Verranno accelerati gli investimenti in autoproduzione di energia rinnovabile nei settori energivori, fortemente esposti alla competizione internazionale. Le aziende hanno la possibilità di richiedere per 3 anni una anticipazione del 50% dell’energia elettrica che verrà generata a seguito dei loro investimenti. Basti pensare che il comparto energivoro in Italia consuma circa 65 TWh l’anno e questa misura potrebbe fornirgli circa 20 TWh di energia a prezzi competitivi.

Ora secondo voi il prossimo step è il gas release: quali effetti prevedete?

È una misura fondamentale, dal momento che molte imprese utilizzano il gas. A regime, dovrebbe rappresentare una percentuale di circa il 30% dei volumi complessivamente consumati dalle imprese gasivore. In questa fase di transizione sono importanti tutte le tecnologie, da quelle rinnovabili a quelle tradizionali. Il Piano nazionale per l’Energia e il Clima è sfidante, prevede addirittura di superare l’obiettivo del FitFor55 arrivando a -66% rispetto ai livelli del 2005 a fronte di un obiettivo Ue
del -62 per cento.

Resta l’esigenza di politiche armonizzate in Europa: quali sono le priorità?

È urgente una revisione del sistema ETS, che da incentivo si è trasformato in una tassa. Inoltre ci sono disparità tra paesi su come vengono redistribuite le risorse di compensazione: in Germania vengono restituiti alle imprese 3 miliardi, da noi 140 milioni, 300 nel prossimo anno. Occorre una gestione europea dei proventi delle aste dei certificati della CO2 per compensare le imprese. Inoltre va rivista la direttiva Cibam (Carbon Border Adjustment Mechanism): il meccanismo di valorizzazione della CO2 alle frontiere dell’Ue, che per come congegnato rende più conveniente importare prodotti extra-Ue che produrre in Europa. Sono solo alcuni esempi delle problematiche che hanno caratterizzato la precedente legislatura europea e che andrebbero superate favorendo gli investimenti delle imprese nel rispetto della neutralità tecnologica e garantendo un level playing field nel mercato unico. Ci aspettiamo che il nuovo corso istituzionale europeo agisca in questa direzione.

Per la transizione occorrono circa 1.100 miliardi solo per l’Italia: è necessario un fondo europeo?

Certo, occorrono fondi comuni e un sistema di regole snello e di facile applicazione. In questo modo potremmo centrare un duplice obiettivo: quello climatico e quello industriale. Siamo convinti che sia possibile coniugare lo sviluppo produttivo con le politiche a tutela dell’ambiente, che non solo non sono in contrasto tra loro ma anzi, sono assolutamente complementari e funzionali a rafforzare la competitività dell’Europa.

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